Cent’anni di Marilyn: Marilyn e il metodo Strasberg

Di recente, cogliendo l’occasione del centenario dalla sua nascita, mi sono tuffata nella lettura di due libri che affrontano il fenomeno Marilyn Monroe da vari punti di vista. Non biografie, ma studi di carattere cinematografico, culturale, sociale. 

Il primo libro è Attori e metodo di Mariapaola Pierini, Editrice Zona, dedicato al ruolo che il metodo Strasberg giocò nell’industria dello spettacolo statunitense, e analizza nello specifico lo stile recitativo di 3 star legate, almeno nell’immagine popolare, al metodo: Montgomery Clift, Marlon Brando e James Dean, per chiudere con Marilyn e Gli spostati. 

La conclusione del libro è che il metodo fu assai meno rilevante di quanto si suole pensare. Montgomery Clift viene associato al metodo ma in realtà provenivano, lui e il metodo, dalla stessa origine cioè dall’eredità della grande scuola di recitazione russa di Stanislavsky che a inizio Novecento sbarcò a Hollywood producendo vari filoni. Clift non ebbe tanto a che fare con Strasberg, quanto con altri epigoni e quindi con altre interpretazioni della lezione di Stanislavsky. 

Marlon Brando fu sì allievo della scuola ma la sua fisicità sul grande schermo, il suo carisma e il suo talento non possono essere riferiti agli insegnamenti di Strasberg che, lungi dal dare a Brando un metodo, si giovò piuttosto del fatto di avere Brando fra i suoi allievi e trasse da lui una cospicua fama.

James Dean determinò la fine del metodo affermandosi come un Marlon Brando deteriore, come un’imitazione manierata di Marlon Brando, di cui era ovviamente grande fan. Prendere ispirazione da terzi contraddiceva il senso stesso degli insegnamenti sbandierati da Strasberg, ovvero la ricerca in sé del nocciolo di verità per dare vita al personaggio: con Dean e, più in generale, con il metodo che diventava sempre più performance invece che ricerca interiore, si sancì l’inevitabile passaggio dal gesto artigianale/artistico alla produzione industriale. Il metodo finì per asservirsi al consumismo capitalista e diventò uno stile recitativo, un marchio, una produzione in serie, che è esattamente il contrario di ciò che propugnava.

E poi venne Marilyn, che incarnò l’assoluta confutazione del metodo perché immergersi nel proprio caos fu per la sua psiche fragile proprio ciò che minò il suo sublime istinto recitativo oltreché il suo precario equilibrio di vita. 

Dunque, come anticipato, Attori e metodo invalida recisamente le proprie premesse arrivando alla conclusione nient’affatto scontata che il metodo Strasberg fu, nell’ambito della recitazione, poco più che un fenomeno mediatico con poca sostanza sotto, mi vien da dire paragonabile a tante epifanie odierne supportate dai social.

Al contempo il libro rivendica una riflessione teorica a tutto tondo sullo stile recitativo degli attori, una materia difficile da maneggiare perché non si sa mai a chi attribuire la paternità di un gesto o di un’espressione, se all’attore, al regista o al montatore. Ma pur nella giungla di input e output l’autrice riesce a mettere a fuoco delle caratteristiche precipue personali e a restituire una intenzionalità alla componente recitativa dei film, anche di quelli del passato.

Ma Gli spostati fu anche un clamoroso setting nel quale si scontrarono tre epoche recitative e tre diversi modi di essere attori: Clark Gable, attore dell’old school secondo cui recitare era una pratica tutta esteriore; Clift attore di tecnica raffinatissima e profonda consapevolezza; Monroe istintuale e viscerale. 

Il secondo libro lo racconto domani, forse. 

Pubblicato da Fedefunk

Per lavoro scrivo di viaggi, nel tempo libero viaggio con i film

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