“Bernardo Bertolucci. Il Novecento” è la mostra a tema cinematografico più bella che ho mai visto. Allestita fino al 26 luglio nel Palazzo del Governatore di Parma, scandaglia quel film smisurato che fu Novecento da tutti i punti di vista possibili. Innanzitutto quello autobiografico perché è fuor di dubbio che l’imprinting del Bernardo 3-4enne (nacque nel 1941) fu molto simile all’immagine che si vede all’inizio del film: la fine della guerra nelle campagne emiliane.

Ed è perfettamente consequenziale la domanda: ma la fine di cosa? Difatti il secondo punto analizzato è la circolarità del film, scandito da diverse situazioni che si ripetono, finendo laddove era cominciato, con Olmo e Alfredo indissolubilmente legati, hegelianamente legati direbbe il filosofo.
Viene riportata a tal proposito una bella citazione di Ejzenstejn secondo il quale il montaggio di un film deve strutturarsi come la conchiglia del nautilus, perciò come una spirale che torna su se stessa e si evolve. Il che era anche quello che diceva Lenin della conoscenza umana, che funziona secondo la dialettica del ritorno e del progresso (*). Ed è anche la ciclicità del lavoro nei campi su cui si innesta il cambiamento rettilineo, teso verso il cambiamento, proveniente dalle città.

Anche solo da queste poche righe potete intuire che si tratta di una mostra colta, curata e ben lontana dall’essere il classico compitino “omaggio” istituzionale, anche perché ai parmensi non glielo chiedeva un bel nessuno di fare una mostra su Novecento, che è un film molto imperfetto, che presta il fianco a critiche variegate, che ha incontrato infiniti problemi di censura e anche per questo non è un classico tout court della storia del cinema italiano, tant’è che non lo si trova facilmente e moltissimi giovani non l’hanno mai visto.
Ma a ben vedere tutte queste ragioni sono tanto dei buoni motivi per non dedicargli una mostra quanto degli ottimi motivi per dedicargliela. A Parma hanno deciso per la seconda e hanno allestito una mostra bella cazzuta, grazie anche allo zampino del sindaco Michele Guerra che è uno studioso di cinema.

È cazzuta innanzitutto perché non soggiace all’odierna ipocrisia codarda che propugna il dialogo con posizioni politicamente inaccettabili, e si pone anzi su un punto di vista schiettamente antifascista com’è ovvio. Per la città di Parma dedicare una mostra a Novecento significa anche celebrare il territorio e la sua storia, cosicché una stanza intera è dedicata alle barricate che i parmensi eressero per le strade riuscendo, unici in Italia, a respingere una scorribanda squadrista di Balbo nel 1922, anche se di lì a poco ci sarebbe stata la marcia su Roma che avrebbe reso vano il gesto.

Lo spettatore moderno può sentirsi respinto dal modo dogmatico e sotto certi aspetti naif con cui Novecento mette in scena le ideologie politiche. Però la mostra molto intelligentemente contestualizza questo filone di cinema marxista nel quindicennio che venne effettivamente chiuso da Novecento e che era stato interpretato da Petri, Scola, Bellocchio, Rosi eccetera.
Sotto certi versi il film di Bertolucci si può associare a un’altra opera titanica di qualche anno dopo, C’era una volta in America. Nel libro di cui ho parlato qui si afferma che il film di Sergio Leone pose la pietra tombale sull’ambizione del cinema italiano a diventare industria di respiro globale. Possiamo pensare che Novecento sia stato la prova generale di quel funerale, col suo cast mondiale a raccontare una storia italiana, per quanto di valore talmente paradigmatico da sublimare in mito.

Come detto, la mostra analizza il film sotto tutti gli aspetti: i colori, le scene esplicite di sesso, il ruolo del formalismo sovietico, il rapporto di Bertolucci con Godard, con Pasolini e con Giuseppe Verdi, il significato del treno e quello della talpa, ma vorrei chiudere questo resoconto che sta diventando già troppo lungo con l’omaggio tributato agli attori menzionando in particolare la grandissima Alida Valli, attrice incomprensibilmente dimenticata oggi (dovrebbe essere automaticamente annoverata fra i mostri sacri del nostro cinema), e l’allora 84enne Francesca Bertini cui Bertolucci regalò un’ultima grandiosa apparizione sul grande schermo, credibilmente il più bello fra gli ultimi cameo delle grandi attrici (introvabile sul web, sorry not sorry).
È però una mostra che va vista avendo le immagini del film fresche negli occhi. Si perde almeno la metà del godimento, altrimenti.
Qui il sito della Fondazione Bernardo Bertolucci.
(*) Dai raga seriamente, perché il mondo non è socialista? Perché hanno vinto i paranoici che ragionano secondo logiche di attacco, difesa, potere e sopraffazione? Perché queste meschine psiche da topi in gabbia prendono decisioni per tutti noi anziché andare dallo psicologo (come noi)?