La bellezza di Marilyn, edito da Kaplan, è una raccolta di saggi tutti incentrati su Marilyn Monroe, curata da Giulia Carluccio e organizzata in tre sezione: L’immagine di Marilyn, Il cinema di Marilyn e Marilyn in Italia.
Il primo saggio della prima sezione analizza le reazioni degli intellettuali all’indomani della sua morte, ed è finalmente giunto il momento di dire, qui dove non ci legge nessuno, che la poesia che Pasolini scrisse per lei fa cacare. Sorellina lo dici a tua sorella, Pierpà.
Ma i vezzeggiativi paternalistici si sprecavano e anche Truman Capote la definì “bellissima bambina”: tutti appellativi che esprimono solo l’incapacità di reggere il suo sguardo, metaforicamente parlando.

Il secondo saggio studia le opere d’arte figurativa che Marilyn ispirò già da viva e poi dopo, a cominciare naturalmente dalla serie di Warhol. Ho trovato molto ispirata la serie di Stefano Arienti, nella quale un tratto del suo volto viene di volta in volta cancellato dando vita a nuove memorie deformi e fin mostruose di Marilyn.

Un terzo saggio analizza il rapporto fra MM e Arthur Miller. E qui, a dispetto delle riflessioni colte e profonde che lo studio elabora, mi sento ancora una volta di esprimere la mia opinione rozza e ignorante: Miller era uno stronzo, egoista, narciso e maschilista.
Andiamo ad argomentare. Scrisse The misfits “per lei”, ritagliando su di lei il personaggio di Roslyn (a cominciare dall’assonanza tra i nomi): già questo, a mio avviso, tradisce un’irritante pretesa di ingabbiare e definire l’altro, o meglio l’altra. Da qui nasce del resto l’intelligente titolo del saggio Alice allo specchio.
Tale mansplaining risulta ancora più fastidioso se si considera che, almeno da un punto di vista professionale e artistico, non era Marilyn ad avere bisogno di Miller quanto Miller ad avere bisogno di Marilyn. Scrisse quindi The misfits per sé stesso, perché arrivava dagli anni pesanti in cui la sua attività aveva pagato lo scotto delle pressioni maccartiste. A tutto questo va aggiunto che Marilyn non era convinta del ruolo né della sceneggiatura in generale: lo racconta Miller stesso nella propria autobiografia. Ma dovette accettare la parte per forza di cose.

Poi ci furono i litigi sulla recitazione: Marilyn aveva l’abitudine di apportare modifiche alle battute previste dalla sceneggiatura perché il metodo Strasberg (di cui parlo qui) autorizza un approccio libero al testo, ma questa libertà non era tollerata da Miller che, da autore, riteneva le proprie scelte lessicali inderogabili. E però, caro Arthur, voglio dirti: non eri a conoscenza dell’approccio interpretativo di tua moglie? O forse pensavi che di fronte a un tuo testo Marilyn avrebbe fatto un passo indietro?

E poi, ahimè, l’affaire Inge Morath. Morath era una fotografa della Magnum inviata sul set per un servizio e proprio in quell’occasione lei e Miller si conobbero, si innamorarono e di lì a non molto si sposarono. Il triangolo è cristallizzato da questo scatto amarissimo di Morath che sul set realizzò bellissime fotografie, glielo concediamo.
Ora. Sono d’accordo che si tratta di fatti privati e che tra moglie e marito non va messo dito, ma bisogna che almeno una volta lo si dica: Miller era uno stronzo.
Potrei continuare a elencare le nefandezze di Miller ma mi fermo. A furia di invettive, il pezzo si è allungato a dismisura perciò affronterò la seconda parte del libro, dedicata al cinema di Marilyn, in un nuovo post.
Ma prima di chiudere vale la pena aggiungere un corollario a questa prima sezione del libro di Carluccio dedicata all’immagine di Marilyn ricordando che oggi il web è intasato di fotografie false di Marilyn, spesso quasi indistinguibili dalle vere.