Venezia83/6 – Naza, il buio, la luce

Non credo di poter aggiungere considerazioni inedite al monte di contenuti prodottisi intorno a Naza, ma voglio comunque soffermarmi su un paio di questioni. Mi schiero senza indugio fra coloro che hanno apprezzato il document(ari)o anche da un punto di vista formale, un punto di vista che con La voce di Hind Rajab era andato un po’ in crisi. Il film di Kawthar ibn Haniyya aveva infatti diviso le acque del Mar Rosso ponendo un dilemma etico-formale relativo all’utilizzo nel film della voce vera di una bimba morente.

Il cinema ha un codice etico molto rigoroso perché deve resistere a svariate sollecitazioni: innanzitutto è una forma d’arte e d’espressione con una forte vena popolare e commerciale facile a farsi corrompere da esigenze “piacione”; in secondo luogo, basandosi su immagini in movimento, ha una forza d’impatto potenzialmente molto più irrazionale di quella smossa da un romanzo o una fotografia. Il treno a La Ciotat insegna.

La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, presentato alla 82a Mostra

Perciò il cinema si fonda, eticamente oltre che ontologicamente, sulla domanda relativa a cosa è opportuno mostrare, come è opportuno mostrarlo e cosa va lasciato fuori scena.

Il codice etico del cinema non è ovviamente immune allo scorrere del tempo perciò quello che una volta era considerato scandaloso adesso può apparire senza problemi. Il famoso carrello di Kapò oggi non solleverebbe un sopracciglio. È una conquista? Io non credo, almeno in questo caso, ma torniamo ai nostri giorni.

La voce di Hind Rajab ha rappresentato un notevole corto circuito etico che alcuni hanno catalogato come “ricatto morale”. In questi casi la domanda da porsi è sempre su cosa potrebbe esserci oltre il limite che decidi di superare. Penso a Everest: The other side, il film della Mostra che di gran lunga mi è piaciuto di meno. Si tratta di un documentario che segue nel corso di vari anni una coppia di scalatori che vogliono conquistare l’Everest dal lato cinese. A un certo punto la donna della coppia muore travolta da una valanga, e si vede tutto: la valanga che si mangia il suo corpo, il sangue, il compagno che piange.

Everest. The Other Side

Quel documentario è molto più estremo della scalata che testimonia. Everest. The other side è un film che non si pone alcuna domanda sulla distanza da tenere: è girato da appassionati di scalate e non ha alcuna contezza di sé e del proprio senso (ma che belle dronate, signora mia).

Cavalcare la curva asintotica all’invedibile per colpire l’attenzione, per me, non è mai un’opzione. Chi ha apprezzato La voce di Hind Rajab mi muoverebbe un’obiezione prevedibile: un conto è scioccare l’audience per una scalata e un conto è volerla scioccare per uno scopo come la mobilitazione delle coscienze di fronte al genocidio. Ma anche questo non è un argomento accettabile perché sappiamo tutti perfettamente che quando tu valichi un limite una volta quel limite è valicato per sempre e cessa di esistere per tutti.

Yuval Abraham e Rachel Szor, registi di Naza, con il Premio Speciale della Giuria

Invece Naza è un film di grande consapevolezza visiva, aspetto fondamentale in quest’epoca di immagini ovunque, neanche dentro al cesso possiedo un mio momento. Sul senso delle sagome nere sopra i tetti bui vi rimando a chi ne ha parlato con contezza, come Roy Menarini.

Mi soffermo un attimo sul finale: 3 minuti alla luce del sole che squarciano lo schermo dopo 77 minuti di buio, mostrando i naza, il danno collaterale, le vittime civili dei bombardamenti. Quei 3 minuti hanno suscitato un microdibattito: sono immagini necessarie? Ci ha dato qualcosa in più vedere un padre in lacrime che cerca il figlio fra le macerie?

C’è chi ha detto di no, a cominciare proprio da Menarini, ma quella luce che si accende all’ultimo dopo l’intero film al buio, per me, suona come se i due registi Yuval Abraham e Rachel Szor volessero dirci: abbiamo girato di notte perché gli intervistati volevano tutelarsi ma guardate che è tutto alla luce del sole. È tutta l’ennesima messinscena. Non è un finale fine a sé stesso, dunque.

Avrei voluto parlare di due altri film evento ma sono andata lunga e mi toccherà un’altra puntata. Santo cielo.

Pubblicato da Fedefunk

Per lavoro scrivo di viaggi, nel tempo libero viaggio con i film

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