Cominciamo dalla fine. Non ho apprezzato il verdetto della giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal, e non ne ho apprezzato la performance di potere, perché tale è stata e voleva essere. Woman unknown sarà il primo a pagarne lo scotto perché è un bel film ma perderà di valore per il fatto di essere stato strumentalizzato. Va detto che pare programmaticamente adatto allo scopo per il quale è stato usato. Racconta, infatti, del diverso trattamento riservato a una donna e a un uomo resisi colpevoli, durante la guerra, dello stesso peccato, cioè essere sopravvissuti senza essere eroi. Il film di Mayy al-Tukhi, dunque, fornisce a priori la replica alle critiche risucchiando l’interlocutore in un gorgo di abissale autoreferenzialità: «Proprio come nella vicenda che racconto, anche tu stai usando due pesi e due misure».

Ma quello che, ancora una volta, trovo intollerabile è il femminismo di matrice americana, nel quale vige la regola del rubabandiera. Un femminismo di mentalità imperialista, che non guarda mai al contenuto e al merito ma si muove sempre sulla base dei personalismi e dell’unica regola ammessa: impadronirsi di tutto ciò di cui ci si può impadronire. Un’attitudine da Far West che non trovo affatto diversa da quella di Trump e di John Wayne. Davvero il nostro femminismo ha qualcosa da condividere con tutto questo?
Ho visto, in questi 10 giorni di festival, anche il documentario della Archibugi su Carla Lonzi, e non mi pare proprio che dicesse questa cosa.

Il punto, come hanno rilevato anche altri commentatori, è che la Mostra di Venezia deve emanciparsi dalla partnership col cinema statunitense, che negli anni passati è stata utile per ritagliarsi un ruolo più ampio a fronte dello strapotere commerciale di Cannes ma che oggi sta diventando un po’ troppo scomoda. Forse i pochi film americani di quest’anno sono un inizio ma bisogna allontanare il baricentro ancora un po’. (A latere, mai visti così tanti studenti USA al Lido: probabilmente in Italia per studiare, avevano tutti l’accredito culturale.)
A proposito: fra i due mandati di Alberto Barbera, a dirigere la Mostra c’è stato Marco Müller, che portò al Lido tutta la prima ondata di cinema coreano, cinese e di Hong Kong. Ebbene: quest’anno ho avvistato Marco Müller mestissimamente in fila allo scomodissimo Palabiennale per il bellissimo Possible love di Lee Chang-dong. Possibile che per un ex direttore della Mostra, ormai anche anzianotto, non ci siano soluzioni più confortevoli? Non escludo, però, che lui stesso non abbia informato della propria presenza.
To be continued