Physical, il lato dark degli anni Ottanta

Ha inopinatamente fatto la sua comparsa una nuova dark lady, il suo nome è Sheila Rubin ed è la protagonista di Physical, nuova serie tv targata Apple. Questo blog è affezionato alle dark lady e qui potete trovare una breve premessa.

Sheila Rubin è ancora più tridimensionale di Nancy Botwin (qui sopra): ha alle spalle una storia familiare che spiega il suo lato dark, un presente ferocemente bulimico e una voce interiore in stile Fleabag che chiosa o fa da controcanto a ogni azione e a ogni espressione del volto rivelando allo spettatore gli inconfessabili sentimenti che istante dopo istante la protagonista nutre per se stessa innanzitutto e per gli altri di conseguenza.

E in effetti un difetto della serie, volendole trovare dei difetti dopo sole 5 ore (aka le dieci puntate della prima stagione), è che il lato dark della protagonista è fin troppo ampiamente giustificato. Avevamo visto che il conferimento di una tridimensionalità alla dark lady era un’acquisizione positiva dopo la pletora di femme fatale d’antan frutto di proiezioni maschili, ma ora forse si esagera un po’ nel verso opposto.

E tuttavia, come già con Nancy, il profilo psicologico di Sheila non ne riduce l’impatto da stronza.

Ma ci sono altre cose interessanti in questo show ideato da Annie Weisman, già producer di Desperate Housewives, e interpretato dalla sempre più brava Rose Byrne.

La prima è che si presenta come un biopic: da nessuna parte viene detto esplicitamente, ma è inevitabile pensarlo perché Sheila è una tizia che negli anni Ottanta diventa famosa inventando un corso di aerobica su vhs, mentre suo marito si candida alle elezioni in California.

La risposta è no, Physical non racconta una storia vera. È anzi un ‘fake’ bello e buono e basta un’occhiata su Wikipedia per smascherarlo. Ma è un bluff che non ci stupisce troppo: in fondo siamo negli anni Ottanta, la decade che ha postmodernamente abbracciato l’apparenza nella consapevolezza che non c’è alcuna autenticità da perseguire. Da questo punto di vista Physical sembra quasi una presa in giro di tutti i biopic e di tutti gli “ispirato a una storia vera” compulsatici dalla fiction contemporanea, ormai in debito d’ossigeno quando c’è da inventare da zero.  


E se le cose stanno così non possiamo stupirci nemmeno constatando – senza spoilerare – che le giornate di Sheila sono disseminate di inganni e bugie e navigano a vista fra apparenza e realtà. Date queste premesse, che cosa mai può fare la nostra eroina se non tradire se stessa e gli altri h24?

Un’altra caratteristica di questi anni Ottanta raccontati da Physical è che sono molto voyeuristici. Anzi, possiamo dire che Physical è ambientato in un mondo fortemente depalmiano. Lungi dall’essere riprodotta con puntiglio storiografico, la decade ci viene restituita attraverso una rilettura d’autore che tocca temi molto attuali: perché, logicamente, la serie parla all’oggi e dell’oggi e i riferimenti al guardare sono infiniti, dalla socia che “se le dici le cose non le capisce, gliele devi far vedere” allo spiazzante finale. Per non parlare dell’oggetto intorno a cui gira il plot: una videocamera.

Ma il voyeurismo messo in scena da Brian De Palma raccontava di una società malata intenta a spiare il prossimo per evitare di fare conti con se stessa. Una società che guarda se stessa e gli altri attraverso schermi e lenti, costantemente concentrata sull’altro e mai così lontana da sé stessa, naufraga e senza bussola.

Dite che è arrivato il momento di organizzare una retrospettiva su De Palma? Penso anch’io. Intanto vedremo come Physical proseguirà nelle prossime stagioni.

Pubblicato da Fedefunk

Per lavoro scrivo di viaggi, nel tempo libero viaggio con i film

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