Oh Sandy, maybe someday, when highschool is done
Somehow, someway, our two worlds will be one
Pur essendo un romanzo pienamente riuscito, Persone normali sembra sotto certi aspetti un lavoro ancora di studio, perché Sally Rooney vi applica in modo rigoroso i presupposti formali su cui ha scelto di fondare la narrazione, al punto da confezionare un testo che potrebbe essere usato nelle scuole di scrittura per quanto è pulito.

Il primo presupposto formale è che rilegge un cliché americano e generazionale alla Grease – l’amore, la scuola, le gerarchie sociali – inzuppandolo in un umore cupo, intorcigliato ed esistenzialista di matrice europea. Da un punto di vista strettamente estetico, la scuola e il college richiamano un immaginario chiaramente statunitense. Viceversa il ripiegamento su stessi di Marianne e Connell, più ingobbiti di Leopardi, più plumbei del mare del Nord è roba europea e direi perfino continentale – non credo che gli irlandesi si offendano se gli si dice che sono un po’ continentali(sti).
Probabilmente questo mash up, questo filtraggio nei canoni da Vecchio Continente di materiali che da tempo immemore ci vengono compulsati dagli Usa è tacciabile di ruffianaggine, però è anche un’operazione fisiologica inevitabile oltreché divertente e foriera di mille spunti.
E, soprattutto, è un esercizio classico delle scuole di scrittura: anche Vanni Santoni, nel suo saggio La scrittura non si insegna (2020), spiega che un buon esercizio per imparare a scrivere è fare un remake di un romanzo celebre cambiandone ambientazione e personaggi.

Il secondo presupposto formale è dato dall’architettura dei piani temporali, composta da uno svolgersi dei fatti scritto al tempo presente come una telecronaca, e dai continui flashback che fendono questa telecronaca da ogni lato e che, pur riportando episodi utili al lettore per costruirsi una visione d’insieme, si presentano come frutto della mente di uno dei due protagonisti che si distrae dal qui e ora e naufraga per i fatti suoi.
Questa “distrazione” costante dal qui e ora ottiene due effetti: innanzitutto produce un torpore che pervade tutto il racconto e che trasmette bene l’incapacità dei due protagonisti di fare presa sulla realtà, come una fisiologica reazione alla sovrastimolazione di un adolescente innamorato (ma anche alla sovrastimolazione di tutti noi col cavo dell’adsl in vena per sopravvivere).
In secondo luogo restituisce l’ossessione che i due protagonisti nutrono l’uno per l’altra, assillati da domande che non trovano risposta e che finiscono col riecheggiare nei pensieri sviando la concentrazione.

Questa struttura drammaturgica senza un bullone fuori posto è un modo incredibilmente efficace di realizzare quella famigerata coincidenza tra forma e contenuto di cui l’arte, e io resto stupefatta se penso che Sally Rooney non ha nemmeno 30 anni.
L’incastro di piani temporali è ovviamente la prima cosa che si perde nella serie tv, e con essa quel torpore magnetico che pervade le pagine del romanzo; nella serie tv l’ossessione che Marianne e Connell provano l’uno per l’altra è demandata solo agli sguardi: formalmente poca cosa rispetto all’architettura di cui sopra. Infiocchettata con un décor bohemienne molto Vecchia Europa, la serie tv si appiattisce sul presente perdendo quasi tutto il sapore: sembra quel rimontaggio in ordine cronologico che gli Emirati Arabi fecero di Pulp Fiction.
Ma la storia d’amore fra Marianne e Connell si regge in piedi anche così e quindi anche la serie tv si fa vedere nonostante tutto.
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