Grazie a un interessantissimo corso di cinema proposto da FilmTv ho riguardato Holy Motors di Leos Carax e da ormai una settimana una mosca mi ronza nella testa. Vediamo se scrivendo riesco ad acchiapparla.
Partiamo dall’inizio. Fin dall’inizio Leos Carax mette in chiaro che non c’è da credere a niente di quello che si vede sullo schermo: prende il patto di sospensione dell’incredulità su cui si regge la fiction dai tempi di Omero e lo getta nel cestino della carta straccia. Si tratta di un’operazione radicale che si differenzia nettamente da quella del caro vecchio metacinema che si limitava a punzecchiare gli spettatori immersi nel mondo dei sogni in celluloide (forse quelli che si vedono nel prologo?).
In Holy Motors lo spettatore è gettato (geworfen, direbbe un filosofo) per due ore in un nonsense di cui non riesce a capire nulla perché non può credere a nulla. Questa messa al bando della credulità discende naturalmente dal cinema d’oggi (argomento del corso di cui sopra), sempre più distaccato dalla realtà e vertiginosamente autoreferenziale: in un cinema che abbandona la terraferma e prende il largo il patto di sospensione del dubbio è solo zavorra, e Holy Motors non è affatto l’unico film degli anni Duemila che effettua quest’operazione spingendo lo spettatore a trasformarsi in un detective noir che deve districarsi fra verità e bugie.

Quest’operazione è per esempio uno dei topos del cinema del reale, a cominciare da Gianfranco Rosi. Ma, sotto certi aspetti, stressare l’adesione a un documentario ha effetti meno pervasivi perché in un documentario l’aggancio con la realtà c’è per statuto e non può essere bandito del tutto, pena la definizione stessa di documentario. Si produce quindi il singolare paradosso per cui, portando alle estreme conseguenze la messa in discussione della credulità, il cinema del reale favorisce la sospensione del dubbio mentre il cinema di finzione è schiacciato a essere solamente documento di se stesso in quanto immagine.
Alla fine di Holy Motors succede però qualcosa: succede che il protagonista “stacca”, finisce la sua giornata lavorativa. Questo mette fine implicitamente all’interdizione della credulità e lo spettatore si ritrova quasi senza accorgersi a concedere il proprio assenso a ciò che segue. “Quasi senza accorgersi” perché questa opportunità giunge in effetti come un sollievo in quanto la visione di Holy Motors è oggettivamente faticosa. Sotto questo aspetto sembra quasi un esperimento neurologico all’Arancia meccanica: vediamo per quanto tempo lo spettatore riesce a non credere a quello che vede.
Ma non è finita qui: a quella cesura Carax fa seguire le due scene più irrealistiche dell’intero film, fa seguire cioè un ulteriore scossone alla credulità. Si crea quindi un esito inaspettato, in cui lo spettatore dà il proprio assenso, magari non letterale, alle due scene più improbabili di tutto il film, quasi che le precedenti due ore di incredulità avessero sortito un effetto lisergico, avessero aperto nuove porte della percezione : ) In sostanza Carax pare voler forzare la credulità dello spettatore per vedere fin dove può portarselo dietro, quasi come un Pifferaio magico.
Raramente ho trovato qualcuno che sapesse usare il linguaggio del cinema con tanta pertinenza, un gran soddisfazione grazie.
Socialmind.live 💋
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Grazie! Che gentile. Io mi sento così ignorante : )
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