Situato proprio a metà strada tra il mio lavoro nel turismo e la mia cinefilia, La vita va così racconta la storia vera del pastore sardo Ovidio Marras che si mise di traverso al progetto, sostenuto da grandi gruppi fra cui Caltagirone e Benetton, di trasformare la costa di Teulada in villaggio turistico, affrontando da solo non solo avvocati e tribunali ma anche i propri compaesani che vedevano nello sviluppo turistico una possibilità di riscattare la propria precarietà.
Il film si inscrive consapevolmente nel solco di quella commedia all’italiana che, alimentandosi della cronaca spicciola, registrava via via le trasformazioni urbanistiche delle nostre città oltre che della nostra società. Dico che il film di Riccardo Milani ci si inscrive consapevolmente perché a un certo punto un personaggio dice metatestualmente «Della storia del pastore Marras ci si dovrebbe fare un film come quelli che negli anni Settanta faceva Alberto Sordi». Più chiaro di così.

Di quel cinema, Milani riesuma anche l’immagine stereotipata di una Milano senza cuore, città vampira tutta dedita agli affari e allo sfruttamento, anche se il mega manager Abatantuono è costretto a constatare che ormai la nebbia non c’è più, una considerazione che nel corso del film si rivela tutt‘altro che innocente. Il sottotesto, infatti, è che oggi lo sguardo è sgombro, le conseguenze di certe azioni ci sono note e non si può mentire a se stessi: non a caso il film adotta un approccio bonario nei confronti del vecchio mega manager, appartenente alla generazione di vampiri “inconsapevoli”, e un piglio molto più severo nei confronti dei suoi giovani collaboratori.

E però ahinoi il film predica bene ma razzola malissimo sia quanto a consapevolezza sia quanto a sguardo lucido. Anzi, allargando un cicinin il quadro, l’impegno sociopolitico contro il sistema consumistico-capitalista di cui il film si fa vessillo suona naif nel migliore dei casi, ipocrita nel peggiore, ignorante nel caso di mezzo.
Perché? Perché è girato nei luoghi in cui i fatti si sono svolti, per cui se si cerca “spiaggia la vita va così” Google Maps reindirizza alla Spiaggia di Tuerredda; Google Maps ha già registrato anche la casa finzionale del pastore e il centro del paese.

Questo cosa significa? Significa che l’ondata di turismo scongiurata dal vecchio Ovidio è stata rimessa in gioco dal film che ne racconta le gesta. Ironico, no? Non può essere ignorato, infatti, che il film mostra ripetutamente la spiaggia, che assurge a vera protagonista e diventa inevitabilmente un luogo del desiderio, come mai uno spot dell’ente del turismo avrebbe potuto fare. Ora che il film è su Netflix chissà quanti, vedendo le meravigliose immagini VERE della spiaggia di Tuerredda, andranno a intasarla quest’estate, con tanti saluti al pastore Ovidio Marras. Vogliamo scommettere che sarà un altro lago di Braies?
Paradossale ma normale. Come si fa a non essere consapevoli di questo destino? Come si fa, oggi, a non considerare il rischio di overtourism prodotto dal cineturismo? Come si fa a non capire che si doveva adottare una location finzionale? Anzi, quanto sarebbe stato deflagrante anche da un punto di vista artistico e cinematografico usare una spiaggia fatta in CGI? Invece no: si è scelto di appiattirsi sulla piatta cronaca.
Il film inciampa poi in qualche altra leggerezza. Le riassume bene la dottoressa Federica Marrocu in questo intelligente articolo di Cagliari Today che parla di “sguardo coloniale”.