Agnès Varda a Roma (e a Cuba)

Nei giorni scorsi a Roma e a Bologna sono state inaugurate due mostre dedicate ad Agnès Varda. La mostra romana, presso Villa Medici, è quella che l’anno scorso era al Musée Carnavalet di Parigi. Quella bolognese, presso l’ex Sottopasso di Piazza Re Enzo, proviene dalla Cinémathèque. A Parigi si sono succedute a distanza di poco e sono riuscita nell’impresa di perderle entrambe per una manciata di giorni. Sono molto felice di poterle recuperare. 

Si tratta di esposizioni complementari e in teoria sarebbe meglio vedere prima quella bolognese, che si intitola Viva Varda! ed esplora l’arte di Varda nella sua interezza. Ma io ho dato la precedenza a quella romana perciò per ora vi racconto di questa.

La mostra romana presso Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia

Che ha come sottotitolo Qui e là, tra Parigi e Roma perché è incentrata sul rapporto fra Varda e i luoghi. Parigi innanzitutto, e un addendum ad hoc di foto italiane (più Venezia e Bomarzo che Roma, in verità), quindi per me interessante non solo in quanto cinefila ma anche per lavoro.

Questa, per esempio, è la mappa del vagabondaggio di Cléo. Preziosissima! 

In generale, però, quello che emerge è lo sguardo per nulla documentario di Varda. Benché nel titolo della mostra ci sia un richiamo alla geografia, per Varda i luoghi non sono cosa da guardare e registrare, bensì strumenti per giocare, spazi da svuotare e riempire, capovolgere, trasformare e vivere.

Un ritratto di Fellini, una foto (lynchianissima) di Carnevale e un frammento di foto-scrittura

Sostanzialmente Varda sovverte i punti di vista classici e ne propone di nuovi, di propri. Del resto le persone stesse, per Varda, sono paesaggi da esplorare (lei si identificava nelle spiagge. Io, forse, sarei un condominio di quelli molto affollati) e quindi per forza di cose i luoghi sono stratificazioni di rimandi. Lo spazio e il tempo sono deleuzianamente esperienze da ripensare, smontare e svincolare da dimensioni precostituite.

Quando Varda non può, o non vuole, impadronirsi dello spazio altrui allora lo dichiara. Per esempio nel documentario Salut les cubans (che non è menzionato nella mostra di Roma ma è visibile su santa Raiplay), è palese il suo passo indietro rispetto alla realtà che filma, che è una realtà speciale e che non le appartiene. L’incipit sembra proprio una dichiarazione d’intenti: ci sono dei soggetti da osservare, i musicisti cubani, e dei soggetti che guardano, ovvero la schiera di osservatori muniti di telecamere e macchine fotografiche.

Varda in Salut les cubains

A dire la verità, per un paio di secondi, Varda si trova in mezzo tra i due fronti e sembra – autoironicamente – smarrita, ma nel corso del film è evidente che, in questa occasione, ciò che preferisce manipolare è il tempo, per esempio ricavando dal montaggio delle foto dei filmati a ritmo di cha cha cha. Del resto chi fa la rivoluzione fa esattamente questo: si impadronisce del tempo, lo manovra e lo piega a propria misura.

È, viceversa, uno dei focus della mostra romana lo sguardo squisitamente da documentarista che Varda sfodera in Daguerréotypes, delizioso gioco di parole con cui intitola i ritratti delle botteghe di rue Daguerre, dove visse per quasi tutta la vita. Qui Varda sembra quasi Wiseman per come filma i vuoti tipici dell’attività di un commerciante che aspetta il cliente, gli automatismi della routine, i retroscena di ogni scena, le increspature della vita. In Daguerréotypes lo sguardo è tutto al servizio dell’altro, dei suoi amici di ogni giorno, degli altri abitanti del suo cosmo.

A presto con la mostra bolognese.

Pubblicato da Fedefunk

Per lavoro scrivo di viaggi, nel tempo libero viaggio con i film

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