L’ho pagato un occhio della testa perché è fuori edizione, ma è valso l’esborso. Ripercorre nel dettaglio la cinematografia di Sonego, film dopo film, anche quelli non accreditati e quelli che non sono andati in porto. Per ciascuno ci sono considerazioni e ricordi di Sonego stesso, ripresi da vecchie interviste oppure rilasciati a Tatti Sanguinetti appositamente per il libro, che ha l’impostazione di un archivio più che di una biografia commerciale.
Ciò che se ne trae è innanzitutto una storia della commedia all’italiana e quindi, in una certa misura, una storia dell’Italia, con aneddoti spassosi legati alla cronaca spicciola da cui Sonego si faceva ispirare spesso e volentieri ma dei quali, in seguito, si è persa la memoria: chi lo sapeva, per esempio, che per qualche mese al principio della guerra fredda la questione che teneva banco nel Belpaese era se si dovesse dire “mìssili” o “missìli”.

Emerge dalla voce di Sonego un’idea prosaica di cinema, non solo sua ma di tutto l’ambiente (e non solo in Italia: sappiamo che a Hollywood gli sceneggiatori erano considerati poco più che dattilografi). Perciò Flaiano lo incoraggiava a scrivere libri, che è un’attività seria, e lui stesso si prendeva gioco dei registi che prestavano eccessiva attenzione all’aspetto artistico-estetico dei film, come Antonioni e Visconti, definiti con un pizzico di sussiego “formalisti”.
Penso d’altro canto che il suo punto di vista sul cinema fosse il riflesso della contrapposizione fra l’alta considerazione che, fin da giovane, riservò alle arti e al loro sostrato teorico versus la sua esperienza da sceneggiatore, fatta di goliardia e improvvisazione, chiacchiere fra amici e tirare a campare. Insomma, la contrapposizione fra i libri e la vita, fra quello che si pensa che la vita dovrebbe essere e quello che è per davvero.
I racconti di Sonego sono spesso imperniati su idee nate per caso, idee che non erano neanche idee ma solo risposte pepate («Non abbiamo soldi!» «E allora giratelo in ascensore!» Ed ecco l’episodio L’ascensore del film Quelle strane occasioni), idee prodotte su richiesta del solito produttore che tratta gli autori come macchinette a gettone. Un modo per leggere questo libro è considerarlo una fenomenologia dell’idea, della creazione di nuovi contenuti, di come ogni minimo stimolo o pretesto possa crescere fino a prendere la forma di una storia con un capo e una coda.

Alcune idee erano deboli in partenza e hanno seguito la loro inevitabile parabola discendente, altre avevano un che ma sono state rovinate in corso d’opera e solo una manciata fra le centinaia di idee germogliate nella fervida mente di Sonego è arrivata a compimento ed espressione. Tutte, in ogni caso hanno contribuito, in misura minore o maggiore, a disegnare il nostro immaginario.
A corollario di questa fenomenologia dell’idea cade a fagiolo la querelle sulla genesi de Il sorpasso, il cui soggetto era vibratamente rivendicato da Sonego al punto che per questo litigò con Dino Risi (e quindi con Scola e Maccari). La verità non si sa, ciascuno portò prove a supporto della propria paternità, un po’ come Tess McGill in Una donna in carriera. Ma nella genesi di un’idea il furto involontario è un fenomeno comune: un abbozzo di idea, una frase, una boutade, un meme ti colpisce al punto che ti si radica dentro e ti convinci di averlo inventato tu.
PS: il libro è fuori catalogo nella versione cartacea ma è disponibile a modica cifra in ebook, se si fosse interessati.
PPS: qui una bella e lunga intervista a Sonego che si dà alle domande del giovane intervistatore (poi diventato accademico di cinema) senza risparmiarsi e senza snobismi. Fra le altre cose ipotizza che l’efficacia delle sue sceneggiature potesse essere dovuta alla capacità, coltivata nei suoi trascorsi di pittore, di visualizzare le scene che descriveva (conobbe Casorati!).
PPPS: sempre nell’intervista di cui sopra Sonego racconta di quanto velocemente stessero cambiando le cose nell’Italia del boom e che bisognava affrettarsi a raccontarle perché subito dopo sarebbero state vecchie. Sono parole che si potrebbero applicare anche a questo oggi che stiamo vivendo e che ci sembra velocissimo. Insomma, non siamo i primi convinti di vivere tempi che cambiano velocissimamente. Il problema, forse, è che oggi non c’è più chi sa scattare istantanee significative.