Qualche appunto sui pochi, purtroppo, film che ho visto le scorse settimane al Filmmaker Festival di Milano e al Torino Film Festival.
Il Filmmaker Festival, come molti sapranno, è una rassegna storica ancorché piccina (poca gente in sala ahimè), dedicata al cinema del reale e di ricerca, che testa i confini dello sguardo e della sua riproduzione. Un cinefestival molto bello che quest’anno è stato impreziosito da ospiti particolarmente importanti a cominciare da Leos Carax, che purtroppo ho perso.

Ho visto invece l’ultimo film di Martina Parenti e Massimo D’Anolfi, che sono ancora in sala con Bestiari, erbari, lapidari e che a Milano hanno presentato Un documento. Quest’ultimo film consta di una camera fissa su due medici psichiatri del Niguarda che pongono domande a un uomo extracomunitario che rimane fuoriscena insieme alla sua traduttrice. La camera registra tre sedute nel corso delle quali i due medici, con domande minuziose e concrete, indagano ed esplorano le vicissitudini che hanno traumatizzato questo giovane uomo, di cui non solo non vediamo il volto ma non sappiamo nemmeno che cosa l’abbia condotto al Niguarda di fronte ai due medici.

Il primo aspetto stupefacente di questo – e degli altri – film dei due registi è l’estremo rispetto e la delicatezza commovente con cui la vita viene maneggiata: dai medici innanzitutto, che si pongono con estrema discrezione di fronte al ragazzo, ma anche dai due registi cui viene naturale pensare come corrispettivi cinematografici dei due medici. È con un gesto di infinito amore che Parenti e D’Anolfi ci porgono questa vita, un gesto che ricorda il modo in cui all’Orto Botanico di Padova vengono trattate le pianticelle verdi e fragili (cfr. Bestiari, erbari, lapidari). Il secondo aspetto stupefacente è come da tutte le parole di questo film, che consta pressoché solo di parole, emergano immagini. Domanda dopo domanda, dettaglio dopo dettaglio, vediamo un film vero. E solo dopo ci accorgiamo di non avere davvero visto. E però abbiamo visto. L’immagine, sempre al centro dei film di Parenti e D’Anolfi, è al centro anche dell’indagine dei due medici che più di una volta chiedono al ragazzo quali immagini rivede quando sta male.

Il secondo film che ho visto è Tardes de soledad diAlbert Serra, documentario incentrato sul giovane e talentuoso torero peruviano Andrés Roca Rey e su una sua stagione in giro per le arene di Spagna. Attraverso lo sconvolgente spettacolo-rituale della corrida, il film mette in scena una sineddoche della vita: quindi, come nel film precedente, anche qui il raggio della visuale è amplissimo, è totale e per questa ragione degli “attori” della corrida Albert Serra cerca gli occhi, gli occhi della paura, gli occhi della morte che sale, gli occhi dell’allerta massima, gli occhi che non vogliono vedere più niente. Tardes de soledad è un film completamente al servizio di quell’oggetto pieno di spine che è la corrida, un oggetto che funge da dito per chi poi può andare in giro a dire di avere mirato alla luna. Una persona una volta mi ha detto: si potrà abolire la corrida solo dopo che si sarà smesso di massacrare gli animali lontano dagli occhi del popolo. La corrida è in effetti un rito intriso di sacralità come neanche le messe del Giubileo: c’è la vestizione, ci sono i gesti impostati, c’è la cerimonia. Proprio per l’ampiezza dei significati che va a scomodare credo sia un oggetto difficile da inquadrare e immagino che per un regista possa rappresentare una sfida. Serra riesce ad avvicinarcisi un po’, come un documentarista a una tigre, come Icaro al sole e così via. Ma la si potrebbe anche mettere così: per poter parlare della morte Serra si serve di una triangolazione tipo Perseo che guarda Medusa mediante uno specchio. Allo stesso modo lui affronta l’argomento assoluto triangolando con la corrida.

E poi ho visto Filmstunde_23 di Edgar Reitz. Altro filmone e fantastica conclusione del Filmmaker in quanto vero inno di gioia dedicato al cinema. La storia è questa: per qualche mese intorno al 1968 il giovane regista Edgar Reitz si trovò a tenere un corso di cinema presso una classe femminile di una scuola superiore di Monaco di Baviera. 55 anni dopo il novantenne Reitz si è incontrato con le sue alunne, ormai settantenni, insieme hanno parlato di quell’esperienza e hanno rivisto i filmati girati da ciascuna di loro come compito finale.

Messo così sembra un filmetto e invece, tanto per cominciare, Filmstunde_23 assume il sapore del film di commiato da parte di Reitz, che chiude un cerchio tutto filmico della sua vita con una coerenza e una precisione che solo i tedeschi. Edgar Reitz prof di cinema era ovviamente una bomba, roba da prendere appunti anche tu mentre guardi il film, e ugualmente carichi di significato sono i brevi filmati che ciascuna ragazza ha concepito e girato con le macchine da presa portatili che Reitz aveva messo loro a disposizione spiegandone il funzionamento e l’ABC delle inquadrature. L’assunto scontato e più evidente del film è che il cinema e il guardare dovrebbero essere materia di studio scolastico, a maggior ragione oggi che siamo circondati di immagini prodotte convulsamente, in un impeto di produzione fin preconscio, incontrollato e viscerale. L’assunto un poco più sotto la superficie è che capire qualcosa in più di cinema aiuta a vedere qualcosa in più della vita.
Niente, sono andata lunghissima e quindi del TFF parlo un’altra volta (edit: alla fine non ne ho più parlato, ciao).