Le due paginette qui sotto sono tratte da Lo straniero di Albert Camus. È domenica e il protagonista, l’indolente Meursault, la passa sul balcone a fumare e a guardare il viavai della gente, scandito dagli orari del cinema e dello stadio.
Dopo mi sono annoiato un po’, e ho vagato da una camera all’altra. Era un appartamento comodo, quando c’era la mamma. Adesso è troppo grande per me e ho dovuto trasportare in camera mia la tavola della sala da pranzo. Non vivo più che in questa stanza, fra le sedie impagliate in cui si affonda un po’, l’armadio che ha la specchiera ingiallita, la toilette e il letto di ottone. Il resto è abbandonato. Un po’ più tardi, tanto per far qualcosa, ho preso un vecchio giornale e l’ho letto. Ho ritagliato una réclame dei sali Kruschen e l’ho incollata su un vecchio quaderno dove metto le cose divertenti che trovo sui giornali. Mi sono anche lavato le mani e infine mi sono messo al balcone. La mia camera dà sulla via principale del quartiere. Il pomeriggio era bello. Il lastricato era tuttavia umido, i passanti ancora rari e affrettati. Erano in principio famiglie che andavano a passeggio, due ragazzini vestiti alla marinara, coi calzoni più giù del ginocchio, un po’ goffi dentro la stoffa rigida, e una bambina con un gran fiocco rosa e delle scarpe nere di vernice. Dietro a loro una madre enorme, vestita di seta marrone, e il padre, un ometto piuttosto esile che conosco di vista. Aveva una paglietta, una cravatta a farfalla e un bastone da passeggio. Vedendolo con sua moglie, ho capito perché nel quartiere si diceva che era una persona distinta. Un po’ più tardi passarono i ragazzi del sobborgo, coi capelli impomatati e delle cravatte rosse, la giacca molto aderente con un fazzoletto ricamato nel taschino e delle scarpe a punta quadra. Certo andavano nei cinema del centro. Era per questo che uscivano di casa così presto e correvano per prendere il tram, ridendo forte.
Passati loro, la strada è diventata a poco a poco deserta. Gli spettacoli dovevano essere cominciati dappertutto. Non c’erano più, nella strada, che i bottegai e i gatti. Il cielo era puro ma senza splendore, sopra i fichidindia ai lati della strada. Sul marciapiede di fronte, il tabaccaio ha tirato fuori una sedia, l’ha sistemata davanti alla sua porta, e ci si è messo sopra a cavalcioni appoggiandosi con le mani allo schienale. I tram, poco prima gremiti, erano quasi vuoti. Nel piccolo caffè “Da Pierrot”, che è di fronte al tabaccaio, il cameriere scopava della segatura nella sala deserta. Era veramente domenica. Ho girato la mia sedia e l’ho messa come quella del tabaccaio perché ho trovato che era più comodo. Ho fumato due sigarette, sono entrato in camera a prendere un pezzo di cioccolata e sono venuto a mangiarla al balcone. Poco dopo il cielo si è infoschito e ho creduto che ci sarebbe stato un temporale estivo. Ma a poco a poco si è schiarito di nuovo. Il passaggio delle nubi, però, aveva lasciato sulla strada come una promessa di pioggia che l’ha fatta diventare più scura. Sono rimasto a lungo ad osservare il cielo.
Alle cinque sono arrivati dei tram, rumorosi. Riportavano dallo stadio della periferia grappoli di spettatori stipati sui predellini, attaccati ai parapetti. Sui tram successivi c’erano i giocatori che ho riconosciuto dalle loro valigette. Urlavano e cantavano a pieni polmoni che non sarebbe mai perita la loro società. Molti mi hanno fatto dei saluti. Uno mi ha persino gridato: “Li abbiamo fregati.” E io ho fatto segno di sì con la testa. A partire da quel momento le automobili hanno cominciato a affluire.
La giornata è andata avanti ancora un poco. Al di sopra dei tetti il cielo è divenuto rossastro e mentre nasceva la sera le vie si sono animate. Quelli che erano andati a passeggio ritornavano a poco a poco. Ho riconosciuto, in mezzo ad altri, il signore distinto. I bambini piangevano e si facevano trascinare. Quasi subito i cinema del rione hanno riversato sulla strada la folla degli spettatori. I ragazzi che uscivano avevano gesti molto decisi e ho pensato che dovevano aver visto un film d’avventure. Quelli che tornavano dai cinema del centro arrivarono un po’ più tardi. Avevano l’aria più grave. Ridevano, sì, ma di tanto in tanto sembravano stanchi e trasognati. Sono rimasti sulla strada, ad andare e venire sul marciapiede di fronte. Le ragazze del rione, senza cappello, camminavano tenendosi a braccetto. I ragazzi facevano in modo di incrociarle passando e dicevano delle spiritosaggini di cui esse ridevano voltando la testa dall’altra parte. Parecchie di loro, che conoscevo, mi hanno fatto segno con la mano.
Poi i lampioni della strada si sono illuminati d’improvviso e hanno fatto impallidire le prime stelle che sorgevano nella notte. Ho sentito i miei occhi affaticarsi a guardare i marciapiedi con il loro carico di uomini e di luci. I lampioni facevano luccicare il lastricato umido, e i tram, a intervalli regolari, illuminavano dei capelli lucidi, un sorriso o un braccialetto d’argento. Poco dopo, i tram divenuti più rari e la notte già nera sopra i lampioni e le piante, il sobborgo si è svuotato a poco a poco, fino a che il primo gatto traversò lentamente la strada ritornata deserta. Ho pensato che bisognava cenare. Mi faceva un po’ male il collo a esser rimasto appoggiato tanto tempo sulla spalliera della sedia. Sono andato giù a prendere del pane e della pasta, mi sono fatto da mangiare e ho cenato in piedi. Ancora ho voluto fumare una sigaretta alla finestra; ma l’aria si era rinfrescata e ho sentito un po’ freddo. Ho chiuso i vetri e rientrando ho visto riflesso nello specchio un angolo della tavola con il fornello a spirito, accanto a dei pezzi di pane. Ho pensato che era sempre un’altra domenica passata, che adesso la mamma era seppellita, che avrei ripreso il lavoro; e tutto sommato non era cambiato nulla.