La qualità più importante per un cameriere è la velocità, amava ribadire. E in effetti lui era molto veloce. Non appena un cliente gli chiedeva l’olio piccante o una bottiglia di San Pellegrino, partiva per la cucina a testa bassa come un cane da riporto e in meno di sette secondi era di ritorno. I clienti abituali non ci facevano più caso ma quelli che non lo conoscevano alzavano gli occhi dal piatto sbigottiti: specie dopo la terza, quarta richiesta soddisfatta con fulminea prontezza, abbozzavano un «Grazie» perplesso, domandandosi nel loro intimo se fossero degni di tanto zelo. Un giorno, per ottimizzare i tempi, ebbe l’idea di portare più cose insieme: nella mano destra il tovagliolo per la bambina dell’8 e il cestino del pane del 4, nella mano sinistra gli affettati per il 12 e sotto il braccio il Cabernet per il 2. Il maître fu costretto a richiamarlo: «Un viaggio per ogni tavolo. Tutt’al più al ritorno prendi una comanda. Stop». Si adeguò alle istruzioni ma senza capirle e, in fondo, biasimandole: perché non poteva adottare un accorgimento che avrebbe migliorato il servizio? Perciò si accontentava di saettare fra i tavoli impettito, ogni tanto raddoppiando il passo per l’impulso di correre, ma anche quello gli era stato vietato. Solo la zuppa di pesce aveva il potere di rallentare la sua corsa: anche un po’ per fargli dispetto, lo chef gli consegnava piatti ricolmi di brodo. Era tale la smania con cui svolgeva il servizio che dava l’impressione di averne frainteso lo scopo: non essere d’aiuto ai clienti ma mettere fine una volta per tutte alle loro richieste.
Apprendista cameriere