Pur essendo un bel tomo di 500 pagine, la biografia su Michael Cimino uscita qualche mese fa per i tipi di Baldini e Castoldi si legge con grande scioltezza e godimento. Ho apprezzato in particolare le circa 100 e le circa 130 pagine dedicate alla realizzazione rispettivamente di Il cacciatore e I cancelli del cielo.

Anzi, dopo avere letto il capitolo che ripercorre nel dettaglio la travagliata produzione del film che, secondo la vulgata smentita dal libro, portò alla rovina la United Artists, non ho potuto non riguardarlo subito. E vedere quel po’ po’ di film, con quelle scene di massa grandiose che sembrano uscire dallo schermo, che sembrano dipinti impressionisti che prendono vita, avendone appena letti i retroscena è stato come avere un boost che mi ha fatto godere ancora di più. Il piacere della visione ha trovato ulteriore nutrimento, la gioia voyeristica dei dettagli ha potuto trarre soddisfazione da ogni scorcio, anche da quelli che prima passavano in secondo piano. Stupendo.

Trovo che Heaven’s Gate appaia ancora più stupefacente oggi perché mostra platealmente quanto un tempo il cinema era titanico. Mi ha ricordato la sensazione di grandiosità che ho tratto da film vecchissimi come Cavalcade di Frank Lloyd, sorta di kolossal del 1933 con scene di massa vera cui oggi non siamo più abituati. E in fondo, se facciamo un paio di conti, il 1980 è proprio a metà fra il 1933 e il 2024.

Ma forse è anche questo il problema del cinema contemporaneo agli occhi dello spettatore medio, no? L’appeal del cinema è venuto a mancare perché la percezione è che non sia più uno show così grandioso ma che sia fatto solo di clic “sugli effetti speciali e sull’AI“. E, anche se questo non è il mio personale punto di vista, non posso non pensare che senza le imprese di quel cinema probabilmente verranno a mancare anche i libri che ne raccontano l’epica (penso anche anche a Che hai fatto in tutti questi anni di Piero Negri Scaglione, che ho letto qualche mese fa).

L’ultima parte del libro, dedicata agli anni in cui Hollywood prima imbriglia il talento di Cimino e poi lo soffoca irrimediabilmente con la freddezza di un sicario, rende giustizia a un artista che non ha mai voluto o saputo adeguarsi alle regole dell’industria. Non è una storia inedita, anzi è tutta insita nella natura anfibia del cinema, in parte prodotto commerciale e in parte opera d’arte. Cimino il prodotto commerciale sapeva realizzarlo in modo impeccabile, come dimostrano i film fatti per Dino De Laurentiis (notevolissime le pagine dedicate al produttore italiano), ma probabilmente ci si annoiava. Quando ha voluto dare tutto sé stesso è precipitato nella frattura abissale che divide le due anime del cinema e ha fatto, da artista qual era, un tonfo spettacolare. Del resto aveva anche un caratteraccio e modi irritanti, preferiva passare il tempo con il suo autista piuttosto che blandire i potenti (come lui stesso afferma quando traccia una distinzione fra sé e Coppola), e il potere te la fa pagare sempre.

È del 1980 anche il documentario Model di Frederick Wiseman, fra i Classici dell’ultima Mostra e senza dubbio uno dei film più fantastici fra i 45 che ho visto quest’anno. Lo aggancio a I cancelli del cielo perché anche Model capta e al contempo è captato da un cruciale momento di passaggio che negli Stati Uniti si è concretizzato proprio nel 1980. Model è un documentario girato in un’agenzia di moda di una Manhattan in piena trasformazione, ancora molto somigliante a quella dei Guerrieri della notte ma che – in modo altrettanto agguerrito – stava muovendo i primi passi nel glamour. Wiseman registra, fra le altre cose, l’elaborata produzione di uno spot di calze da donna, composto da diverse scene girate da un regista puntigliosissimo che assomiglia al Cimino regista di spot pubblicitari di 15 anni prima. Il biografo di Cimino, del resto, sottolinea come certi eccessi di cui Cimino pagò il fio divennero la norma pochissimi anni dopo.
(Fotografie in buona parte inconsapevolmente prestate dall’Imdb. Grazie! <3)