Venezia 81/3 – I filmoni

Molto coraggiosa, l’operazione Joker: Folie à Deux fa quello che da un sequel non ti aspetti, cioè usa il personaggio per dare vita a un film tutto diverso rispetto al precedente. In qualche modo ricorda l’operazione fatta da Kitano che ho descritto nel post precedente: voi che avete già visto Broken rage prendete questa affermazione con le molle, chiaramente : ) Però è decisamente spiazzante il modo in cui questo sequel trasfigura il personaggio e lo inserisce in un campo da gioco tutto diverso. Ho l’ardire di credere che sia stata una scelta etica da parte di Todd Phillips, a fronte della simpatia che il personaggio ha suscitato nel pubblico col primo film. Resta che il sequel di Joker potrebbe dispiacere chi non ama le sorprese, chi si aspetta di vedere il film che ha già in testa (e poi esce dal cinema spiegandoti come avrebbe fatto al posto del regista).

Anche The Brutalist di Brady Corbet si pone come antitesi, in questo caso rispetto ai kolossal d’antan, dando vita a una vera e propria antiepica che smaschera e decostruisce il marciume su cui si erge il mito novecentesco del successo, dell’America come terra promessa, del genio ecc. Di smisurata ambizione, è uno di quei film in cui è possibile vederci tutto e il suo contrario ma, proprio in virtù della sua smisurata ambizione, l’operazione di decostruzione di cui sopra può essere legittimamente rivolta al film medesimo che quindi può essere letto anche in chiave autocritica o quantomeno autoconsapevole. Questa lettura è plausibile a maggior ragione in virtù della sovrapposizione che il film instaura fra la figura dell’architetto e quella del regista, sovrapposizione che emerge evidente nella scena in cui Adrian Brody – che interpreta appunto un geniale architetto – è intento a dirigere decine di persone nel cantiere del grande edificio che sta costruendo: una circostanza che somiglia molto a quella di un regista alle prese con una scena in esterni, tante comparse eccetera. Tra l’altro, curiosità: tra i testi ispiratori di The Brutalist c’è il romanzo La fonte meravigliosa di Ayn Rand e oggi, leggendo la biografia su Michael Cimino uscita quest’anno, sono incappata per caso nella pagina in cui l’autore Charles Elton parla del romanzo suddetto, che Cimino amava molto proprio in virtù delle somiglianze fra architetto e regista.

Comunque, insomma, The Brutalist è uno di quei film con talmente tanti input e output [cit.] che viene difficile scriverne senza proiettarci del proprio tra le righe. Può essere utile sapere che, nonostante la lunghezza, scivola via che è un piacere e che le scene nelle cave di marmo di Carrara sono bellissime. E io, che desidero visitarle da anni e anni, adesso devo sbrigarmi prima che il film esca.


Maria, altro film spiazzante. Limitatamente agli altri biopic femminili di Pablo Larraín, mi sembra il suo film più permeabile e indefinito, ed è logicamente un complimento. Il merito va innanzitutto ad Angelina Jolie che ha ormai da tempo adottato uno stile recitativo minimale e aristocratico, che Larraín valorizza illuminandole il viso, ipnotico come una maschera, e le mani e mettendo in ombra tutto il resto. Mi sembra che Larraín, lungi dal rappresentare davvero la Callas, abbia preferito fare una riflessione sull’essere diva. Oggi il divismo d’antan non è più possibile ma, con uno stile recitativo che va affinando da qualche film (molto diverso da quello che adottava da giovane), Angelina Jolie tende a far venire il film a sé piuttosto che il contrario. Se quindi l’intento di Larraín era di mettere in scena una dialettica tra divine ha scelto l’unica attrice che, invece di interpretare, invece di impersonare e mimetizzarsi, sa muoversi nel film come una musa. In questo senso, più che un biopic, Maria è un film sul biopic, che va a chiosare i due precedenti.
Ma l’operazione condotta da Larraín potrebbe essere anche letta come la rappresentazione di un essere eletto che in virtù del suo canto celeste trascende la dimensione terrestre per elevarsi a figlia di Zeus. Anche in questo caso l’interpretazione essenziale della Jolie risulta pienamente azzeccata. Oltre a questo, trovo che anche la combinazione di attori provenienti da cosmi lontanissimi e con “aure” tutte diverse – Jolie + Favino e Rohrwacher + Macaigne – contribuisca a creare un habitat scenico strano, ambiguo, irreale.

Non ho visto Almodóvar.


Spezzo infine una lancia (lancetta) in favore di Wolfs di Jon Watts che, nonostante i fiumi di ruffianeria, fa trapelare in scena e fuori scena un tipo di relazione maschile improntata alla gentilezza e galanteria più che alla competizione e gerarchia. Innanzitutto Brad Pitt, che del film è anche produttore, si pone come spalla dell’ospite George Clooney, invece di assumersi il ruolo centrale come avrebbe fatto un Tom Cruise qualunque. E poi entrambi, invece di fare i mattatori a tutto campo come ci si aspetterebbe, cedono di buon grado il palco a Austin Abrams. Non è di rivoluzioni copernicane che stiamo parlando ma è anche così che si smantellano i luoghi comuni.

Pubblicato da Fedefunk

Per lavoro scrivo di viaggi, nel tempo libero viaggio con i film

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