Venezia 81/2 – Innamorati al Lido

Tanti film che si interrogano sull’amore in questa Mostra, un trend che può sembrare banale ma non lo è affatto, e che mi turba anche un po’ ma questo è un altro discorso (per fortuna : ) ).

Mi riferisco soprattutto a 3 film in Concorso: il francese Trois amies di Emmanuel Mouret, il norvegese Kjærlighet di Dag Johan Haugerud e Queer di Luca Guadagnino. Tre film che non raccontano semplici storie d’amore, bensì vagabondaggi amorosi, esperimenti, buchi nell’acqua, misure da prendere, confronti, domande senza risposta, bugie a se stessi prima che agli altri, tentativi.


Il momento storico che stiamo vivendo è cruciale dal punto di vista dei sentimenti ed è inutile sottolinearlo: tutti autosufficienti, viziati nella nostra solitudine e sempre meno interessati a incontrare l’altro, appena il bisogno si affaccia possiamo agilmente metterlo a tacere grazie alla vita virtuale che funge da efficacissimo palliativo. E più passa il tempo più ci disabituiamo, meno ci mettiamo in gioco meno abbiamo coraggio. Perciò l’argomento “amore” richiede eccome di essere sviscerato dal cinema, che in passato si è reso complice di un equivoco alquanto increscioso con le commedie rosa e il the end sul bacio che hanno alimentato un lessico e un’iconografia dell’amore più irrealistici di un qualsiasi Mission: Impossible.

Vale sempre la pena ribadire che i film non sono saggi filosofici o sociologici né necessariamente portatori di messaggi illuminanti e innovativi. Tuttavia se si esce dai binari della commedia sentimentale classica è fuor di dubbio che ci siano vaste praterie narrative da esplorare.


Trois amies (nei link sempre i trailer), per esempio, ha il coraggio di disinnescare alcuni luoghi comuni della narrativa amorosa: le tre amiche che con le loro vicende amorose tessono la trama del film approdano su finire del film a lidi non scontati e imprevedibili a priori. Il film di Mouret sembra un vascello che naviga in un mare mosso, sballottando di qua e di là i personaggi che si muovono senza apparente coerenza fino a trovare, almeno per un attimo, un punto stabile, una risposta.


Queer è la nuova disamina del desiderio da parte di Guadagnino che, film dopo film, sta articolando sul desiderare un insieme di considerazioni meritevoli – questa volta sì – di uno statuto filosofico. Una delle cose che adoro di Guadagnino è che sopravvaluta lo spettatore. Il film è visivamente, oltre che narrativamente, scisso in capitoli con una prima parte esplicitamente girata negli studi di Cinecittà e un’esasperatissima allure di finzione che richiama Querelle de Brest di Fassbinder ma che può suscitare diffidenza nello spettatore meno avvertito, specie in quanto affiancata alle parti successive, girate con uno stile più realistico sotto un sole che sembra equatoriale e un Daniel Craig (su-per-bo) grondante sudore. Queer è la storia di due che non si connettono mai per davvero se non per un attimo, nonostante le numerose occasioni e intenzioni, eppure è una storia d’amore perché l’amore ha diverse forme e forse il queer del titolo non identifica tanto l’orientamento sessuale dei protagonisti (sai che noia) ma la forma bizzarra e imprevedibile che l’amore può assumere nella vita di una persona.  

Oltre a ciò mi sento di dire che lo stacco visivo fra la parte girata a Cinecittà e quella girata in esterni riflette proprio lo scarto incolmabile e insanabile insito tra la dimensione immaginifica e tutta mentale del desiderio e la sua realizzazione. E questo è un balzo ontologico che il cinema ha sempre di fatto ignorato, passando da una dimensione all’altra senza soluzione di continuità, con una naturalezza del tutto innaturale.


E poi Kjærlighet che pare voglia dire “amore” in norvegese: secondo Google Translate si pronuncia più o meno shiariét e in effetti è tipico dei nordici mettere un sacco di consonanti e lettere strambe che fanno paura solo in apparenza. Il film fa un po’ lo stesso: molto parlato, si interroga sulla relazione con l’altro, si sofferma sul confine fra la cura e l’autotutela, pone un sacco di domande, spigoli e titubanze alle vite amorose dei protagonisti che, non a caso, sono una medica e un infermiere. Kjærlighet fa venire voglia di innamorarsi e tanto basta


Il confine fra cura e autotutela è al centro anche del bel L’attachement di Carine Tardieu, presentato in Orizzonti e con una Valeria Bruni Tedeschi che possiamo definitivamente elevare a maestra di vita. Film decisamente femminista, gravita intorno alla figura di una donna single per scelta che si ritrova coinvolta nella vita familiare del suo vicino di casa e di una serie di uomini che – tornando a Guadagnino – non sanno desiderare per davvero. Molto divertente anche se non leggero, il film esplicita sotto forma di battute una serie di considerazioni che ogni donna della mia età conosce bene. #sedioesisteodialedonne


Altri film nelle sezioni collaterali hanno offerto spunti interessanti sul tema “amore”. Affianco due titoli – il cinese Mistress dispeller di Elizabeth Lo e il vietnamita Don’t cry, butterfly di Dương Diệu Linh (premiato nella sezione Settimana della Critica; nella foto) – perché entrambi hanno al centro una donna agée alle prese con il marito infedele ma trattano il tema in modo pressoché antitetico. Il primo è in effetti un documentario sulla figura professionale, presente nella società cinese, della allontanatrice di amanti, sorta di mediatrice che opera in nome dell’ordine sociale. Il secondo è un film di genere che, partendo da credenze e superstizioni, rituali magici e numi tutelari, trasforma il dissidio familiare in un horror che non fa paura ma che trascende la dimensione razionale ponendosi in contrasto dialettico col piglio pragmatico cinese di cui sopra.  


Voglio poi menzionare due film ugualmente godibili, il francese Paul & Paulette Take a Bath del britannico Jethro Massey su due giovani che vagano per Parigi accomunati dalla passione per le storie macabre, e lo stralunato Wishing on a star (nella foto) girato in Friuli dall’ungherese Péter Kerekes che spero venga distribuito perché è una boccata d’aria poetica e ironica. Racconta di un’astrologa e dei suoi clienti in cerca di risposte in giro per il mondo.

E infine, sul tema, ci sarebbe anche Nonostante, il film di Valerio Mastandrea in Orizzonti, che però non ho visto e che spero di vedere al più presto. Qui una clip con una presentazione del film da parte di Mastandrea.

Pubblicato da Fedefunk

Per lavoro scrivo di viaggi, nel tempo libero viaggio con i film

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