Venezia 81/1 – Qualche immagine

Bestiari, erbari, lapidari di Martina Parenti e Massimo D’Anolfi è una riflessione sull’etica dello sguardo cinematografico, che è necessariamente uno sguardo antropico e antropocentrico. Come reazione, il film si concentra sul regno animale, sul regno vegetale e sui fossili, in tre capitoli dedicati. Nel primo, sugli animali, si scopre che la macchina da presa può dare la morte, come quando all’inizio del Novecento veniva usata per imMORTAlare i siparietti con gli animali selvaggi catturati, asserviti e resi bambocci, resi burattini.


Nel secondo, gioioso capitolo, ambientato nel fantastico orto botanico di Padova (di cui qui e qui potete trovare un paio di testi che ho scritto per lavoro), si osserva come la macchina da presa possa anche dare la vita facendoci vedere, per esempio, una piantina gracile come fosse la prima volta. Perché la macchina da presa può restituire la magia/visibilità a ciò che ci era invisibile. Parenti e D’Anolfi sono dei maghi nel portare (al)la luce – che è un plausibile sinonimo di filmare – e ogni volta ti chiedi come facciano, com’è che quella piantina uguale a mille altre sia così magnetica. Ma è una magia che appartiene a tutti i grandi registi.

Sempre nel secondo capitolo apprendiamo un sacco di cose interessanti fra le quali il fatto che la biomassa del pianeta Terra è costituita per il 99,7% dai vegetali. Solo lo 0,3% è biomassa animale e solo una minima parte di questa è rappresentata dall’uomo. E anche sull’ascissa temporale l’uomo è assai poco rilevante, ci viene spiegato. Mentre la media della sopravvivenza delle varie specie della Terra è di 5 milioni di anni, l’Homo sapiens ha solo 300.000 anni e non durerà molto di più, probabilmente. E allora, guardando il terzo capitolo dedicato alla costruzione della memoria (i fossili in senso lato), viene da pensare che l’uomo si stia dando da fare per lasciare così tante tracce di sé perché sa che se ne andrà presto, sa di essere una specie destinata a morire giovane.


Una complessa riflessione sull’immagine cinematografica è presente anche in Tokyo senso sengo hiwa di Nagisa Ōshima, film del 1970 di cui la Mostra ha presentato il restauro. Di eccezionale arditezza non solo teorica, il film ha come fulcro una serie di riprese semi amatoriali realizzate a Tokyo da un giovane poco prima di suicidarsi. Le sequenze vengono lungamente visionate e scandagliate dagli amici per trovare spiegazioni del tragico gesto, e in particolare da un ragazzo che ripercorre perfino le tracce dell’amico perduto, finendo per fare la stessa fine. Anche qui, dunque, il punto di vista ovvero l’inquadratura è il fulcro della disamina e, inevitabilmente, va a collidere con la ricerca della verità fotogramma per fotogramma che viene messa in scena nel film: dov’è la verità se il punto di vista è parziale? Il film di Ōshima, in bianco e nero e ambientato nel giro del movimento studentesco, rappresenta l’epifania cinematografica come un fenomeno misterioso e difficile da decifrare, un oggetto magico e potenzialmente pericoloso, magnetico come un fuoco intorno al quale i personaggi gravitano impotenti come falene che rischiano di bruciarsi.


Un’analoga analisi diegetica di sequenze filmiche, fotogramma per fotogramma, si ritrova in Stranger Eyes di Yeo Siew Hua, ambientato a Singapore e in Concorso. In questo film le immagini di un video vengono scrutate per ritrovare una bambina dispersa (il film assume la forma di un thriller-meló), ma poi il guardare come atto si riproduce esponenzialmente come un tumore: ci sono le videocamere di sorveglianza che registrano ogni cosa, c’è uno stalker che controlla la sua vittima, ci sono i telefonini, c’è la finestra sul cortile. Tutti guardano gli altri senza accorgersi di essere ugualmente guardati, tutti estroflessi ed eterodiretti, tutti dimentichi di sé.


In parte Stranger Eyes è una denuncia del regime di sorveglianza vigente in Singapore. Un altro film che si muove su un terreno simile è Happyend di Neo Sora, presentato in Orizzonti: ambientato in una Tokyo del prossimo futuro, mette in scena una classe dell’ultimo anno di superiori che si ribella alle eccessive misure di controllo messe in atto dal preside della scuola. Ribellione e Giappone è un abbinamento che desta interesse e anche questo film merita la visione.

Ma è Takeshi Kitano che col suo film Fuori Concorso Broken rage fa saltare il banco da quel geniaccio che è, pur al netto di qualche paraculaggine. Ovviamente mi tocca spoilerare: si tratta di un film che per metà racconta una storia yakuza classica e nella seconda metà ne fa la parodia: sono le due anime di Kitano come regista serio e come comico che si riuniscono. Ma la seconda parte potrebbe anche essere una raccolta di bloopers e senza dubbio è una desacralizzazione dell’oggetto cinema, è uno smontaggio del meccanismo, come un giocattolo che viene aperto in due per vedere cosa c’è dentro.

Continua. Probabilmente.

Pubblicato da Fedefunk

Per lavoro scrivo di viaggi, nel tempo libero viaggio con i film

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