Anche quest’anno propongo un resumé in più puntate delle mie visioni veneziane, non completo ma spero esaustivo. Procederò per macrotemi e il primo sarà dedicato all’alto numero di coming of age al femminile.

A cominciare dal Leone d’oro, conquistato da Bella Baxter, dionisiaca protagonista di Poor Things di Yorgos Lanthimos (nel link il trailer quando disponibile): interpretata da una divertita oltre che divertente Emma Stone, Bella affronta la vita adulta con il candore di una bambina, priva di preconcetti e sovrastrutture, ubbidendo solo al desiderio e alla logica e in questo modo smascherando i nonsense del pensiero dominante. Il film è stato definito da più parti un Barbie in salsa frankensteiniana, e qui incidentalmente emerge l’importanza cinematografica del film Barbie a prescindere dal suo intrinseco valore artistico (per me moderato), in quanto assurto già a termine di paragone.
Tornando a noi, il parallelo tra i due film ci sta nella misura in cui entrambi rappresentano una graduale presa di coscienza che in ambo i casi richiede un thinking out of the box: letterale in Barbie (la bambola esce dalla scatola), giocando con i freaks in Poor Things. Dal canto suo, facendo leva su un punto di vista non più meramente nichilista come nei film precedenti, Lanthimos ha trovato grande energia, nuovi toni e nuovi spunti e ci ha regalato uno dei Leoni d’oro più belli degli ultimi anni.

Femmine dionisiache sono anche quelle del film premiato come migliore regia per Orizzonti, Paradise is burning di Mika Gustafson, regista svedese specializzata in documentari e qui al suo primo lungometraggio di fiction. È la storia di tre sorelle dai 16 ai 5 anni che gestiscono al loro meglio l’abbandono dei genitori. Poche figure maschili di tenore apollineo relegate sullo sfondo, e per il resto una radicale messa in discussione della maternità come istinto e valore, rituali stregheschi fra amiche, trasgressioni, illusioni e insicurezze. Gli scandinavi non sono nuovi a questo immaginario femminile: i primi tre titoli che mi vengono in mente sono Fucking Åmål (1998) e We are the best (2013) di Lukas Moodysson e Ninjababy (2021) di Yngvild Sve Flikke.

Altro premio, altra eroina. Le Giornate degli Autori hanno premiato Vampire humaniste cherche suicidaire consentant di Ariane Louis-Seize, storia della giovane vampira Sasha che si oppone con tutte le forze ai poteri ferali di cui è dotata. Il film è molto divertente e, già che siamo in tema di parallelismi filmici, potrebbe essere considerato un’Amelie in chiave dark.

Quella grande metafora della vita che è l’età adolescenziale è al cuore anche di Holly di Fien Troch, film fiammingo uguale e contrario al precedente, giacché racconta la storia di una liceale dotata di poteri preveggenti e taumaturgici che imparerà a gestire poco a poco.

Un’altra ragazzina ci fa da Cicerona in Finalmente l’alba di Saverio Costanzo, ambizioso filmone ad ampio respiro, ambientato nell’epoca d’oro del cinema italiano (Fellini fa capolino ovunque). Ho molto amato tutti i suoi film precedenti ma qui Costanzo mi ha dato l’impressione di essere alla ricerca di se stesso e della sua voce oggi, dopo due progetti – le serie In Treatment e L’amica geniale – in cui lo spazio di manovra a lui riservato era più ristretto del solito, per ovvie ragioni autoriali e produttive.

Includo nel macrotema anche la Priscilla coppoliana, altra adolescente con super poteri: mentre per le sue coetanee il sogno era essere amate dal più fico della scuola, Priscilla Beaulieu era amata nientemeno che dal più fico del mondo; chiedo scusa per l’ardito paragone ma tutta la prima parte mi ha ricordato il video di Take on me degli a-ha, in cui una fanciulla viene trascinata nella dimensione finzionale dal suo idolo. Ovviamente il film si configura come uno smascheramento della finzione e il parallelismo con Maria Antonietta è limpido. In conferenza stampa, presente la vera Priscilla Presley, Coppola ha parlato di “grande storia d’amore” ma le sue parole sono contraddette dalle immagini, assestate su una palette di colori ombrosi e cupi insolita per lei, e da alcune scelte registiche clamorose che non voglio spoilerare. Ma diciamo che questo film sembra la risposta all’Elvis di Baz Luhrmann: chi va col carceriere impara a incarcerare.
E possiamo senz’altro inserire nella categoria anche Kobieta z… di Małgorzata Szumowska e Michał Englert, che racconta i lunghi anni di travaglio di una donna trans per accettare se stessa sullo sfondo dei lunghi anni di travaglio del suo Paese, la Polonia, nel passaggio storico dal comunismo al consumismo.
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