Un tardo pomeriggio di una domenica dell’inverno 84-85, di punto in bianco, mio padre mi annunciò che dovevamo andare a messa. Forse si stava annoiando moltissimo o forse l’Inter stava perdendo, oppure era un goffo tentativo di stabilire un contatto con me, primogenita preadolescente e quindi praticamente marziana. Fatto sta che, non essendo avvezzi, sbagliammo l’ora e trovammo il portone chiuso.
Dal cancello del cinema parrocchiale lì a sinistra stavano uscendo delle persone visibilmente sollazzate. Mio padre, con un’iniziativa pleonastica che tradiva la sua titubanza, ne abbordò una e chiese: «È divertente?», «Sì!». Si girò verso di me con la faccia furbetta: «Andiamo?». Di corsa! Era La signora in rosso, un film che si apre con la soggettiva di un gabbiano. Ma all’epoca non badavo a queste inezie e ci divertimmo da matti. Poiché mio padre è una persona non molto comunicativa quel pomeriggio al cinema insieme mi è molto caro.
Non ho più rivisto il film fino all’altroieri, quando ho guardato anche l’originale francese cui si ispira. E non riesco a raccapezzarmi. Tanto per cominciare sono uguali ma, chissà com’è, uno è molto americano, l’altro molto francese. E poi c’è questa messa in scena del desiderio un po’ cringe a vedersi oggi, anche se raccontata con abbondante autoironia. Ma in fondo i desideri sono spesso imbarazzanti.