Si sa che nel processo di creazione gli autori dotano i propri personaggi di una serie di dettagli che poi, di sovente, non hanno ricadute sulla narrazione.
Ricorderete che Fernando Girasole, il personaggio interpretato da Bruno Ganz in Pane e tulipani è di origine islandese: lo spiega lui stesso a Rosalba che gli chiede la ragione del suo accento straniero.
Quello che nel film non viene esplicitato è che anche il suo modo aulico di esprimersi è una conseguenza del suo essere islandese.
A un certo punto Fernando recita a memoria l’Orlando furioso il che fa pensare che molti anni addietro sia “calato” nel Bel Paese da studente di letteratura italiana. Da quando c’è internet le cose sono cambiate, ma ancora negli anni Ottanta gli studenti islandesi di letteratura italiana che venivano qui a fare il loro anno di università pensavano che l’italiano moderno funzionasse come l’islandese.

La lingua islandese ha la particolarità di essere rimasta essenzialmente uguale a sé stessa nel corso del tempo: i giovani di oggi leggono e comprendono abbastanza bene le saghe scritte nel XII secolo. Nei secoli la lingua islandese si è arricchita, ovviamente, delle novità richieste dal progresso ma senza lasciarsi dietro quasi nulla e per questa ragione, per esempio, è utilizzata dai germanisti come “cestone trovatutto”: quando nel norvegese o nel danese manca un passaggio fra una forma linguistica e la successiva, i germanisti vanno a cercare il tassello di raccordo nell’islandese.

Così, un tempo, gli islandesi pensavano che l’italiano funzionasse alla stessa maniera e – questo mi è stato raccontato da germanisti agée –, almeno sulle prime, si esprimevano con l’italiano dell’Ariosto, suscitando ovvia ilarità. Un po’ come il nostro Fernando. Si tratta dunque di un dettaglio nascosto molto raffinato del film di Soldini, che contribuisce a creare un personaggio memorabile di un film apprezzato all’epoca più dal pubblico che dalla critica, mentre invece Pane e tulipani aveva allora e mantiene oggi la freschezza di un mazzo di fiori di campo.

Forse a questo punto vorrete anche sapere perché l’islandese non si è perso i pezzi. Brevemente: per via del lungo inverno artico, durante il quale era usanza che il parente più istruito della famiglia facesse scuola ai bimbi di casa. Ciò ha prodotto una trasmissione della lingua senza soluzione di continuità pur in mancanza di un’istituzione scolastica. Nello stesso momento da noi si verificava la profonda cesura medievale fra il latino, coltivato nei luoghi della cultura, e il volgare, appannaggio del popolo.