In visita alla Cinémathèque

In una recente 3 giorni parigina ho finalmente visitato la mitica Cinémathèque francaise, che dal 2007 ha sede in rue de Bercy, in un bel palazzo di Frank Gehry del 1994.

L’edificio della Cinémathèque française progettato da Frank Gehry

Oltre a varie istituzioni cinefile, la Cinémathèque ospita il Musée Méliès che omaggia il maestro parigino, pioniere del cinema di finzione (nella consolidata quanto erronea spartizione di pertinenze secondo cui il cinema documentario sarebbe appannaggio dei Lumière). Adesso non starò qui a raccontare chi è Méliès perché questa non è una pagina di Wikipedia. Mi limito a dire che il museo ne ripercorre la carriera elencando le novità da lui introdotte: mi ha stupito osservare per esempio come già componesse veri e propri storyboard dei suoi brevissimi film, probabilmente anche in virtù delle sue spiccate doti da disegnatore, come si nota dal suo autoritratto.

Un altro suo primato è l’idea dello studio cinematografico: dopo la prima esperienza di ripresa all’aperto, con vento e altri agenti atmosferici a scombussolargli i piani, Méliès pensò che era meglio fare tutto al chiuso e creò a Montreuil un teatro ad hoc di cui il museo ha un modellino.

Il museo dà poi la possibilità di vedere sul grande schermo alcuni corti suoi e dei Lumière. Dei suoi, sempre molto divertenti e ironici, ho apprezzato in particolare Il diavolo nel convento perché contiene un rarissimo stacco dalla camera fissa: sempre sull’asse, quindi a dare una sorta di dettaglio dell’inquadratura precedente, è una rarità in questa fase del cinema: interrompere la ripresa per spostare la macchina più avanti era un bel costo.

Questa è un’immagine dello storyboard di Un diavolo nel convento e, se lo confrontate con il film, vedrete che è uguale

Dei Lumière il museo mostra  5 dei 10 film della prima mitica proiezione del Salon Indien nel 1895, che sancì la nascita del cinema. Sono: Il treno a La Ciotat, L’uscita dalle officine, Le repas de bébé che mostrando Auguste Lumière e consorte mentre danno da mangiare al loro neonato mi ha fatto pensare agli influencer che, 130 anni dopo, fanno uguali filmini coi loro figlioli, il celeberrimo L’innaffiatore innaffiato (L’arroseur arrosé) che vi linko e che dimostra come i Lumière non fossero solo documentaristi a dispetto della vulgata, e infine I maniscalchi (Les Forgerons) che mostra dei muratori che abbattono un muro; una volta che il muro cade il filmato torna indietro con l’autoreverse fino al punto in cui il muro è ancora in piedi, come una sorta di opera di protovideoarte: l’effetto fu ovviamente frutto di un errore ma i Lumière decisero di tenerlo per dare prova delle possibilità del nuovo mezzo, e in effetti è ancora spiazzante.

Auguste Lumière e famiglia
Interno del museo

Oltre a questo il museo approfondisce alcuni aspetti tecnici della nascente settima arte e il plus rispetto a esposizioni analoghe (per esempio il Museo del cinema di Torino, che personalmente non amo molto) è che qui ci sono diversi aggeggioscopi interattivi che ti fanno sperimentare coi tuoi occhi come all’epoca si vedeva l’immagine in movimento. Mi sono piaciuti tutti ma forse il mio preferito è l’apparecchio in cui si deve girare a mano una manovella per far scorrere la pellicola: mi è piaciuto perché dà l’idea fisica della velocità a cui dovevano andare i fotogrammi.

E poi va beh figatona è stata vedere dal vivo i fotogrammi del filmato citato in Nope di Jordan Peele e le immagini dei progetti (non ancora storyboard) di L’anno scorso a Marienbad di Alain Resnais e di Die Frau im Mund di Fritz Lang, sorta di visioni primigenie del film ancora da concepire.

Pubblicato da Fedefunk

Per lavoro scrivo di viaggi, nel tempo libero viaggio con i film

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