Matthew Perry, Chandler Bing e Friends

Questa settimana ho letto l’autobiografia di Matthew Perry, noto soprattutto per avere interpretato Chandler Bing in Friends. Si tratta di una autobiografia estremamente triste e dolorosa, imperniata sui problemi di dipendenza da alcol e oppiacei che hanno afflitto Perry per una trentina d’anni.


Pensavo – confesso – di trovarci più vita di set e invece c’è quasi solo dipendenza. Tutto le gravita intorno: il lavoro, le aspirazioni, i successi, gli incontri, come se Perry fosse stato su un treno, il treno della dipendenza, e avesse guardato il resto della vita dal finestrino. Anche a Friends riserva uno spazio ristretto e a colleghi come Courtney Cox e Matthew LeBlanc (che oltretutto nella serie erano i suoi partner più assidui) solo parole di affetto lavorativo.


Non è mia intenzione fare gossip. Mi interessa di più la relazione che Perry ha intessuto col proprio alter ego, Chandler Bing. Inizialmente il personaggio condivideva molte caratteristiche reali di Perry: goffo con le donne, famiglia incasinata, lacune affettive. Non so se per gli altri attori della serie fosse lo stesso ma è normale che ciò avvenga quando la prospettiva è quella di interpretare un personaggio per molto tempo.


Ma dopo questo inizio condiviso i destini di Chandler e Matthew si sono separati e, nel suo racconto, Perry torna spesso sul confronto fra sé e il proprio personaggio: mentre Chandler vinceva le proprie insicurezze e affrontava un rapporto d’amore maturo, lui era in rehab; mentre Chandler riusciva a farsi una famiglia, lui tornava in rehab e così via. Chandler era un costante promemoria delle sue manchevolezze e deve essere stato tremendo vivere questa doppiezza, persecutoria al punto da suonare come una maledizione divina: cosa che in effetti Perry stesso afferma quando parla di “avere venduto l’anima al diavolo”.


Non so se esistano casi analoghi di rapporto così intestinamente conflittuale fra attore e personaggio ma forse no anche perché in questa dinamica perversa gioca un ruolo determinante la lunghezza del rapporto con l’alter ego: stiamo parlando di dieci anni di implacabile confronto con un personaggio che tutto il mondo adorava. Terribile. È una vicenda con enormi potenzialità drammaturgiche che meriterebbe un romanzone, un film d’autore, sicuramente qualcosa di meglio che un’autobiografia mal tradotta.

Sì, perché il libro è, ahimè, tradotto in modo scandaloso. Lavoro nell’editoria perciò non mi straccio mai le vesti quando trovo errori, anche gravi, nei libri e financo negli articoli online e anzi, mi viene spontaneo empatizzare col malcapitato di turno perché conosco le tempistiche e le condizioni, perché ho una certa età e ho visto cose che voi. Eppure sono rimasta molto male nel constatare che una traduzione della blasonatissima Nave di Teseo non è in grado di garantire un livello minimo di decenza, e preferisco non avallare la mia “opinione” con esempi concreti. Vi suggerisco solo di leggerlo in inglese se potete.

Qui, se volete, un mio post sui riferimenti cinematografici di Friends.

Pubblicato da Fedefunk

Per lavoro scrivo di viaggi, nel tempo libero viaggio con i film

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