Film menzionati: Argentina, 1985, Dead for a dollar, Call of God, Love life
Ultima puntata, giuro!

È già in sala e uscirà il 21 ottobre su Prime Argentina, 1985 di Santiago Mitre. Il cinema argentino, quantomeno quello che ha la forza di arrivare fino a noi, ha spesso il difetto di apparire “derivativo di Hollywood”, di sembrare un prodotto industriale (più che commerciale) anche quando non lo è, con una confezione leccata, interpretazioni impeccabili e una regia tendenzialmente classica e controllata. Argentina, 1985, che racconta la storia gigantesca del modo in cui per la prima e finora unica volta un paese ha chiamato a processo e condannato i suoi dittatori, paga lo scotto di questa confezione patinata anche laddove ci sarebbero degli spunti. La vicenda è infatti raccontata con toni tendenzialmente leggeri e ironici, quasi a dire che il potere non va sconfitto con la violenza ma con la leggerezza. Ed è un bellissimo spunto, ma il rischio ruffianeria è dietro l’angolo.

Uscirà probabilmente in sala anche Dead for a dollar di Walter Hill, un western che si avvale di una tavolozza di colori gialli-ocra in genere riservata ai film ambientati in Medio Oriente. In fondo sempre di invasione si trattava. Il notevolissimo cast – Christoph Waltz, Willem Dafoe, Rachel Brosnahan, Benjamin Bratt – dà vita a due linee narrative che si intrecciano fra loro: da una parte una donna bianca e un uomo di colore in fuga dal di lei marito perché innamorati l’uno dell’altra; dall’altra due uomini, un cacciatore di taglie e un giocatore d’azzardo, che si odiano e vogliono ammazzarsi a vicenda. Una vicenda moderna e al passo con i nostri tempi contrapposta a una vicenda ultra tradizionale e fin classica, dove è la seconda a uscire quasi svuotata di senso dal confronto, quasi a dire che i due uomini combattono fra loro solo per statuto, solo perché non ci sono alternative.

Ho visto anche quell’oggetto non identificabile che è Call of God, l’ultimo film di Kim Ki-duk, non montato da lui ma, pare, montato secondo sue precise indicazioni. In ogni caso un film di abbagliante nitore, che ancora una volta si insedia in quella dimensione subliminale che il regista coreano abitava e che ci ha insegnato a conoscere. La storia è semplice, è il precipizio di un amore nell’ossessione: dai primi momenti magici come una nouvelle vague – e quelle prime, impalpabili immagini in bianco e nero ricordano davvero Godard – fino a un finale geniale nella sua immediatezza.

Ed è già in sala, infine, Love Life di Kôji Fukada, struggente elaborazione di un lutto, molto giapponese anche nel suo ribellarsi al fatto di essere giapponese, nel suo vagare senza meta per il fatto di non poter urlare. Un film aereo e rarefatto, fatto di anime esuli che si scusano per essere vive, di tentativi di incontrarsi o almeno vedersi.
Basta, finish. Ci sentiamo per Venezia 80