Film menzionati: La syndicaliste, I figli degli altri, Les miens, Athena, Monica, Ti mangio il cuore, L’immensità
Finora ho trascurato un po’ la Francia che invece è stata, come sempre, di livello complessivamente alto. Il film che mi è piaciuto meno, per dire, è quello con Isabelle Hupper, La syndicaliste di Jean-Paul Salomé, ispirato alla storia vera della donna (sindacalista, appunto) che si oppose con tutte le forze agli accordi top secret fra il settore nucleare francese e la Cina. La storia è agghiacciante ma il film non va oltre la storia stessa e anzi paga dazio, nello stile e nel ritmo, ai film di denuncia alla maniera hollywoodiana tipo Erin Brockovich.

È a sua volta pronto per un remake a stelle e strisce I figli degli altri di Rebecca Zlotowski, che racconta le vicende amorose e personali di una donna (mirabilmente interpretata da Virginie Efira) alle prese con desideri di maternità e occasioni che la vita le offre. È un film che sa trovare e orchestrare i giusti toni per rendere accattivante un argomento bersagliato di luoghi comuni e retorica qual è il desiderio di maternità e l’orologio biologico.

Coprotagonista del film è Roschdy Zem che a sua volta, per le dinamiche commerciali tipiche dei festival, è anche regista e coprotagonista di un altro film presentato al Lido, Les miens, corale e incentrato sulle dinamiche affettive fra cinque fratelli. La particolarità-non-particolarità è che la famiglia è di origine marocchina, ma il film non instaura alcun legame fra le vicende narrate e la storia della famiglia.

Personalmente ho apprezzato anche Athena di Romain Gavras (figlio di Costa), da altri abbastanza criticato. Nell’ambito di una violenta rivolta in una banlieu di Parigi (Athena, appunto. Che però nella realtà non esiste), il film si concentra su tre fratelli divisi dal destino, come in una tragedia dell’antica Grecia di cui il film evoca non solo il nome ma anche la forma contaminandola con un’adrenalinica estetica da videogames e videoclip (di cui Gavras è fra gli autori più apprezzati di oggi). Sicuramente è un film molto pensato e molto stiloso, ma personalmente non ho percepito un virtuosismo fine a se stesso. È comunque un film che andrebbe visto sul grande schermo, anche se è già su Netflix.
Non ho visto, purtroppo, L’origine du mal di Sébastien Marnier di cui sentivo parlare molto bene e che è in sala adesso.

Passando agli italiani che non ho citato nei pezzi precedenti, Monica di Andrea Pallaoro è un soberrimo film che parla di di identità, amore parentale, rapporti familiari. Il conflitto tra madre e figlia è ridotto ai minimi termini e in questo modo emerge nella sua purezza. Interpretato da Trace Lysette, attrice e attivista transgender, il film sa staccarsi dalla particolarità della vicenda vera e finzionale per farne veicolo di universalità giacché quella sull’identità è una domanda che riguarda tutti.

Ti mangio il cuore di Pippo Mezzapesa è un film molto urlato, non solo nei toni ma anche nella narrazione e nel bianco e nero che impiega. Racconta una storia vera e si avvale di una Elodie che smargina rispetto al quadro generale, che pare provenire da un altro pianeta cinematografico e che proprio per questa ragione è il vero pregio del film.

L’immensità di Emanuele Crialese è un film che ho aspettato tanto perché ho amato alla follia i film precedenti di Crialese. Questo non mi è sembrato sempre a fuoco, ma racchiude ugualmente diversi attimi di poesia.
Può darsi che ci sarà una quinta puntata : )