Tra venerdì e sabato a Bergamo si è tenuto il 33° Convegno della FIC – Federazione Italiana Cineforum, dedicato quest’anno alle Bad Girls. Le cattivissime dal cinema classico a oggi, con tre interessanti relazioni dedicate alle bad girls nel cinema mélo (relatrice Emanuela Martini), alle dark lady del noir (relatrice Ilaria Feole) e alle villain violente del cinema anni Novanta (relatrice Barbara Rossi). Cercando di riassumere i concetti principali emersi dalle tre chiacchierate, diciamo innanzitutto che fra le bad girls si distinguono le vere e proprie “bastarde”, cattive senza alcuna giustificazione, e le cattive con giustifica.

A questo proposito Emanuela Martini si è soffermata per esempio sulle due rivali Joan Crawford e Bette Davis, laddove solo la seconda era usa interpretare vere e proprie bad girls, donne “marce dentro” per usare la definizione che Barbara Stanwyck dà di sé in La fiamma del peccato. Viceversa Joan Crawford non ha mai spinto troppo sull’acceleratore della cattiveria. L’unica volta che ha interpretato la cattiva tout court è proprio nel film che l’ha contrapposta alla sua arcinemica Bette Davis, ovvero quel capolavoro che è Che fine ha fatto Baby Jane, dove la vera stronza fra le due è appunto la Crawford. Ma Bette Davis ha pagato dazio anche in Eva contro Eva, altro ruolo della maturità nel quale la vera cattiva è la sua rivale, Anne Baxter. Come dire che se hai fatto la stronza da giovane prima o poi la paghi.

Poiché la bad girl ha un’origine letteraria ci sono alcuni personaggi iconici che hanno avuto eco cinematografica, lady Macbeth, la marchesa de Merteuil e Carmen, e che sono veri e propri campi di prova per le attrici.

Ma la categoria delle bad girls del melò è in realtà un grande insieme che ricomprende le altre due tipologie di cattive – dark lady e violente – come sottoinsiemi. Tali sottoinsieme sono quasi antitetici. Le dark lady del noir sono infatti le donne che non si sporcano mai le mani ma fanno fare tutto all’uomo manipolandolo col sesso. Viceversa le “violente” che emergono a cavallo fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta (Attrazione fatale, Basic Instinct, Misery non deve morire, Nikita, Monster…) se la sbrigano sempre da sole, a costo di passare per pazze.

Una questione cruciale di questo excursus sulle cattive ragazze del cinema era determinare quanto della rappresentazione della bad girl era una proiezione maschile e quanto era prodotto genuinamente femminile. Emanuela Martini ha fatto notare come, a fronte di registi sempre uomini, talvolta le sceneggiatrici fossero donne. Ilaria Feole ha puntato l’attenzione sulla mitica costumista Edith Head che ha creato il look della dark lady film dopo film: una vera leggenda del cinema nonché la donna con più Oscar vinti e la persona con più candidature nella storia del cinema: 8 statuette su 35 candidature totali. Feole fa l’esempio del vestito che Head disegnò per un numero cantato di Veronica Lake in ll fuorilegge (1942): la Lake interpretava una pescatrice ma, inopinatamente, la Head la vestì di latex nero, più appropriato per una sessione di BDSM, con tanto di canna da pesca che sembra un frustino. L’estetica della dark lady è una componente fondamentale del ruolo, che ha consentito di perpetuarla nel tempo e riutilizzarla anche al di fuori dell’ambito noir, basti pensare a Jessica Rabbit che di tutte queste dark lady è l’omaggio.

Sempre Ilaria Feole ha fatto notare, d’altro canto, che il cliché dell’entrata in scena della dark lady è frutto del male gaze, dello sguardo maschile. Difatti la dark lady (e in genere la seduttrice) entra in scena sempre “a pezzetti”: una gamba nuda, una caviglia, un braccio, i capelli… Ovvero una parte del corpo su cui si concentra il desiderio. Ma questo sezionare la donna come un pezzo di carne reificandola sottende ovviamente un tentativo di disinnescare il potere femminile: non è lei, sono le gambe.

Del resto le bad girls e ancor di più le dark lady nascono con la guerra, quando gli uomini, tornati dal fronte, vogliono riappropriarsi dei loro ruoli ma per farlo devono sottrarli alle donne, le quali in loro assenza hanno saputo arrangiarsi perfettamente e non sono molto contente di fare retromarcia. Il vero pericolo era questo, dover giocare ad armi pari con le mogli.
Non a caso (non lo sapevo!) il noir racchiudeva anche una funzione pedagogica per gli uomini: guarda cosa ti succede se dai corda a quelle sciamannate.

Ciò che cambia qualche decennio dopo, con le violente, è la graduale riappropriazione dello sguardo: le cattive diventano protagoniste della loro cattiveria. Kathy Bates, per esempio, si appropria del destino della sua eroina Misery pretendendo di scalzare lo scrittore-autore che l’ha creata. Nikita (Anne Parillaud) usa il look stereotipato femminile per dissimulare le sue vere intenzioni di sicaria. Sharon Stone in Basic Instinct prende il comando della dinamica dello sguardo di desiderio. NB: si noti che la mitica Catherine Tramell fa di lavoro la scrittrice. Cioè è riuscita in quello che Kathy Bates cercava di fare: subentrare allo scrittore maschio e appropriarsi della prospettiva.
Il culmine della carrellata è Il filo nascosto di P.T. Anderson in cui, dopo il ribaltamento di potere tra lui e lei, avviene un altro ribaltamento: ovvero la condivisione della scelta (non entro nello specifico per non spoilerare ma chi ha visto il film sa a cosa mi riferisco).
Questa interessante conferenza ha figliato 6 lezioni (anch’esse gratuite) che si terranno nelle prossime settimane in varie location fra Brescia, Bergamo, Milano e non so dove. Qui c’è il programma, se qualcuno è interessato.