Un paio di considerazioni su Wanna e sulle docuserie

Ho letto impressioni positive, almeno finora, sull’ultima docuserie italiana di Netflix, Wanna. Non sono d’accordo, e non conta il fatto che me la sia bevuta in una sera senza interruzioni. Conta cosa mi ha lasciato. Il voyeurismo è un piacere ma se si risolve in una sveltina vale quel che vale.


Qual è il problema di Wanna, secondo me? Il problema è che alla fine delle 6 puntate ti ritrovi a odiare Wanna Marchi e Stefania Nobili ancora più di quanto le odiavi all’inizio. Detto altrimenti, il problema è che la serie si allinea all’imperante attitudine binaria secondo cui tutto è bianco o nero, zero o uno, con me o contro di me, buono o cattivo. Quello che sempre auspico da un approfondimento audiovisivo o cartaceo è la problematizzazione, è la domanda, il dubbio, la sfumatura. Viceversa trovo che, oggi, col clima manicheo e costantemente sulla difensiva che respiriamo in Rete e per strada, avallare e cavalcare la condanna facile sia non solo indice di scarsa qualità ma anche deplorevole. E invece, purtroppo, questa docuserie cavalca quell’attitudine [nota].


Attenzione: non sto difendendo Wanna Marchi. Sto dicendo che forse non avrei fatto una serie su un bersaglio così facile. E tuttavia, anche in questa vicenda senza vie di fuga ci sono aspetti su cui si sarebbe potuto indugiare di più. Per esempio ci si poteva soffermare un po’ di più sulle vittime, che sembravano quasi dei tossici per come si facevano irretire dal meccanismo della truffa. Oppure si poteva indagare quel sublime rapporto perverso, quel cordone ombelicale mai reciso fra madre e figlia, che invece viene liquidato in cinque minuti alla fine.


Torna utile il confronto con Sanpa, dove il rapporto di amore e odio, di dipendenza e ribellione che legava i ragazzi della comunità a Muccioli emerge in modo vivivo e con molti input e output [cit.].
Il confronto con Sanpa torna comodo anche da un punto di vista prettamente formale, e da questo punto di vista Wanna prevale se non altro perché non ci sono quegli orrendi raccordi con catene e topi che in Sanpa si ripetevano senza senso. Il problema della qualità formale delle docuserie è scottante e già evidenziato dagli studiosi di cinema e audiovisivi: cosa bisogna considerare per giudicare la qualità di una docuserie? Quei filmati di raccordo che sembrano presi da iStock o da Getty sono accettabili? Questo è forse un argomento che mi intriga più di quella povera stronza di Wanna Marchi.

[nota] Mi rendo conto che il tempismo con cui vado a scrivere queste cose, alla vigilia di un’elezione politica che probabilmente si addentrerà in territori nuovi e indesiderabili, è abbastanza sciagurato e la mia intenzione potrebbe essere letta come qualunquista. Ma no, non lo è. Non credo che siamo nella condizione in cui tutto è politica e basta.  

Pubblicato da Fedefunk

Per lavoro scrivo di viaggi, nel tempo libero viaggio con i film

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