Film menzionati: In viaggio, Padre Pio, Tár, Don’t worry darling, Bobi Wine Ghetto President, Dreamin’ wild, Zapatos rojos, The whale, The son, Master gardener
Apro la terza infornata di film veneziani (quest’anno ne ho visti 44 ma giuro che non li citerò tutti) con quelli a tema religioso: oltre al già menzionato Chiara di Susanna Nicchiarelli, ho visto anche In viaggio di Gianfranco Rosi e Padre Pio di Abel Ferrara. Il primo è un montaggio di filmati di papa Francesco nei suoi viaggi apostolici con qualche inserto proveniente da Fuocoammare quando il pontefice, in visita a Pantelleria, parla di accoglienza e immigrazione. Ma ci sono anche i viaggi in America Latina, Turchia, Africa ecc. Da questo “piccolo” film di Rosi emergono, ai miei occhi, soprattutto l’impotenza del papa e la sua solitudine: quando proclama «Dio è con voi» e la videocamera inquadra una moltitudine di disperati ammassati in case fatiscenti, il messaggio che passa è di disarmo, non certo di speranza.
Un aspetto laterale che mi ha colpita è che quando il pontefice si trova in Paesi non madrelingua inglese, francese, spagnola o portoghese, parla in italiano. La Chiesa nel mondo parla in italiano. Non ci avevo mai pensato.

Benché metta in scena una crisi religiosa del santo di Pietrelcina, Padre Pio di Abel Ferrara è un film poco incendiario per i canoni ferrariani e anzi fortemente teso alla riconciliazione, disperatamente bisognoso di avere e dare risposte. Stendo un velo pietoso sulle domande che sono state poste al povero Shia LaBeouf dopo la proiezione, tipo: «Ora che ti sei convertito come ti comporterai?». «Per esempio non ti menerò a sangue nonostante questa domanda del cazzo» è quello che avrei voluto sentirgli rispondere.

Tár di Todd Field che ha valso a Cate Blanchette la Coppa Volpi ha quella dote che hanno alcuni film di inserirsi perfettamente nel presente, sia per l’efficacia realistica dell’interpretazione (Blanchette mostruosa, dà vita a un personaggio che esce dallo schermo) sia per il modo in cui captano certi dettagli del vivere attuale che contribuiscono alla vividezza della narrazione. È un film di grande affabulazione, probabilmente accattivante anche a una seconda visione. Personalmente non l’ho trovato sorretto da un grande concetto di fondo perché il ragionamento sulle insidie del potere è abbastanza basic in confronto al lusso della confezione. Intendiamoci: non guardo i film per scoprire chissà quali verità filosofiche, però senza un ancoraggio tematico i film rischiano di perdersi via.

Risente dello stesso problema in modo anche più vistoso il film di Olivia Wilde, Don’t worry darling, che si avvale di una grandiosa Florence Puigh e di un Harry Styles smagliante comprimario: effervescente e creativo per tutta la prima metà, il film si sgonfia e perde miseramente quota nel momento dello svelamento, che ovviamente non spoilero.

La mattina di Tár ho visto anche un secondo film (documentario) a tema musicale, pressoché antitetico: Bobi Wine Ghetto President, di Moses Bwayo e Christopher Sharpe. Antitetico per come usa la musica: nel film di Todd Field è idealizzazione a livelli hegeliani, qui è carne, sangue e lotta; e antitetico per come rappresenta il potere: là è conservazione, qui è ribellione. Da un punto di vista musicale è una bomba (se si apprezzano quelle sonorità) ma Bobi Wine è anche un film che, come Gli orsi non esistono di Jafar Panahi, è parte di una strategia di lotta ancora in corso: il cantante e politico ugandese sta infatti portando avanti da anni una contestazione organizzata nei confronti del dittatore Yoweri Museveni.

Ma il più bel film di musica è il terzo, ovvero Dreamin’ wild, diretto da Bill Pohlad, più noto come produttore ma che nel 2014 ha già diretto un altro film di musica: il bel Love & Mercy su Brian Wilson dei Beach Boys. Anche Dreamin’ wild racconta una storia vera, quella del cantautore Donnie Emerson, scoperto 30 anni dopo il suo esordio.
Tra i film d’autore più attesi della Mostra, The whale e Master gardener hanno in comune la contrapposizione tra una figura maschile adulta e una figura femminile giovane: all’interno del grande magma familiare molto presente in questa edizione (madri, padri e figli come se piovesse), lo specifico rapporto padre-figlia è stato abbastanza ricorrente da suonare come un passaggio di consegne, anche laddove si risolve in un rapporto d’amore come nel film di Schrader. Lo troviamo per esempio in Bones and all (fra Taylor Russell e Mark Rylance) e in Zapatos rojos, film messicano di Carlos Eichelmann Kaiser su un vecchio in cerca della figlia perduta (paesaggi stupendi).

Al di là di questo asse padre-figlia, The whale di Darren Aronofsky mette in scena il corpo inguardabile e orrorifico – notevole il paragone che Carlo Valeri di Sentieri Selvaggi instaura con The Elephant man di David Lynch –, in un collegamento sotto traccia ma neanche troppo con il nostro vivere virtuale che pretende di prescindere dal corpo. L’interpretazione straordinaria Brendan Fraser è una delle numerose interpretazioni maschili maiuscole di questa Venezia79, che secondo me avrebbero meritato la Coppa Volpi al pari di Colin Farrell: quelle di Casey Affleck per Dreamin’ wild e di Hugh Jackman per The son di Dorian Zeller (film non all’altezza della sua sensibile interpretazione). E, perché no, anche quella di Joel Edgerton, protagonista di Master gardener di Paul Schrader.

Sappiamo che Schrader ha i suoi topos non solo tematici ma anche visivi e drammaturgici, che rimescola e ridefinisce film dopo film e che ritroviamo anche qui: il diario personale, lo stile di vita monacale, la fisicità compressa ecc. quasi a creare dei link all’interno della sua filmografia. Ogni suo film, insomma, contiene tutti gli altri. Esiste però una connessione ancora più stretta fra quest’ultimo film e i due immediatamente precedenti, First Reformed e The card counter. E nell’ambito di questa trilogia è bello constatare il crescendo di positività. Forse anche perché più a fondo di First Reformed non si poteva andare.
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