Film menzionati: Godard seul le cinéma, I conquistatori, Una gallina nel vento, The Black Cat, La farfalla sul mirino, Cavalcade
Dedico questa seconda ma non ultima parte del mio reportage veneziano ai Classici restaurati, perché ne ho visti parecchi e tutti di notevole rilievo cinestoriografico.

Prima, però, voglio menzionare l’interessantissimo documentario su Godard presentato proprio fra i Classici anche se di produzione recente, Godard seul le cinéma di Cyril Leuthy: un bel tentativo di “inquadrare” il maestro, che per principio e per scelta rifuggiva ogni definizione, ogni incasellamento. Non so da chi verrà distribuito in Italia ma consiglio di tenerlo d’occhio.

Passando ai Classici restaurati, ho visto innanzitutto I conquistatori (Canyon Passage, 1946) di Jacques Tourneur. È il primo film che il regista francese girò per la Universal per cui dimenticate le atmosfere alla RKO di Il bacio della pantera (1942) oppure Ho camminato con uno zombie (1943). Questo è anzi un western, ma è ovviamente un western anomalo, un western a modo suo. E bellissimo. A colori, è ambientato in una fase tarda della conquista del West, nella quale si vive pacificamente e si punta a costruire più che a conquistare e a mettere su famiglia più che ad ammazzarsi. Pare quasi di sentire in lontananza sette fratelli che cantano per sette spose. Del resto il film di Stanley Donen arriverà 8 anni più tardi, ambientato anch’esso in Oregon.

Non potevo poi perdere Una gallina nel vento (1948) di Yasujirō Ozu. Ambientato nell’immediato Dopoguerra, in un quartiere di Tokyo cresciuto ai piedi di gigantesche strutture industriali dove gli abitanti combattono come possono il caro prezzi che affligge il Paese, Una gallina nel vento può essere definito neorealismo alla giapponese, anche se è da escludere che all’epoca Ozu conoscesse il cinema italiano coevo. Ma l’urgenza storica da cui nasce questo amarissimo film è la medesima.

Poi ho visto The Black Cat (1934), film horror di Edgar G. Ulmer, che non avevo mai visto ma sapevo ispirato al celeberrimo racconto omonimo di Edgar Allan Poe (1843). Perciò mi ha spiazzata assai perché la parentela col racconto è parecchio remota, e di base si concentra solo sulla nomea del gatto nero in quanto emissario del Male e di conseguenza sul Male come ombra della psiche umana. Il film, che per la prima volta contrappone Bela Lugosi a Boris Karloff (si ritroveranno in altri sette film), inanella una serie di situazioni raccapriccianti e perverse estremamente godibili. Non posso non pensare che alcuni elementi come la coppietta protagonista, l’ambientazione nel castello gotico e la perversione pervasiva siano stati di ispirazione a Richard O’Brien per concepire il Rocky Horror Picture Show.

E poi ho visto quel capolavoro che è La farfalla sul mirino (1967) di Seijun Suzuki, classico del genere yakuza che all’epoca costò a Suzuki il licenziamento. Il film è una spettacolare fucina di trovate folli e imprevedibili, un accumulo di creatività e libertà a fronte di personaggi messi in scena come se fossero in gabbia, spesso inquadrati attraverso sbarre, reti e confini. Fantastico.

L’ultimo restauro che ho visto è Cavalcade (1933) di Frank Lloyd, sorta di kolossal ante litteram tratto da una rappresentazione teatrale di grande successo, che metteva in scena la storia di una famiglia inglese nei primi 30 anni del secolo: dal Capodanno del 1900, salutato con grande ottimismo, a tutti i drammi e le guerre che fin dal principio si sono abbattuti sul nuovo secolo. E pensare che il film si ferma al 1933… Restaurato in modo straordinario, Cavalcade è quantomai contemporaneo non solo nella tematica ma anche in certe situazioni più leggere e umoristiche, il che dà vita a un’identificazione ancora di più inquietante. Fu una produzione senza limiti di spesa che annoverò non ricordo quante migliaia di comparse e difatti le scene di massa sono grandiose.