Film menzionati: Bones and all, Blonde, Gli orsi non esistono (Khers Nist), Un couple, Saint-Omer, Vera, Chiara, Gli ultimi giorni dell’umanità
Non so dire se questa 79a edizione della Mostra sia stata complessivamente di buon livello o no, forse no. So, però, che è stato insolitamente alto il numero di film che presupponevano una riflessione teorica non banale sul gesto del filmare, che è poi quello che mi intriga di più.

A cominciare da uno dei miei preferiti, Bones and all, il miglior Guadagnino di sempre secondo i miei gusti, perché ha portato il cinema in territori estremi offrendoci un’esperienza esaltante come assistere allo sbarco sulla Luna. D’un tratto ci siamo trovati spaesati e al contempo perfettamente a nostro agio. Anzi, spaesati perché perfettamente a nostro agio. Perché l’amore con cui Guadagnino guarda ai suoi “mostri” è smisurato, così come la delicatezza con cui li tratta e ce li porge, come la sincerità con cui li accoglie e la sensibilità con cui guarda altrove per non indugiare nel voyerismo.

Anche l’altro mio preferito, Blonde, è un film cinematograficamente assai colto. Lo schermo costantemente deformato, perturbato, tormentato, modificato, disturbato (si susseguono b/n e colore, immagini accelerate, sfocate, sovraesposte ecc ecc) è il corrispettivo di Marilyn in quanto immagine (e non solo) abusata. Dominik è perfettamente consapevole di dare vita all’ennesima replicazione, non a caso ha scelto significativamente di ispirarsi a un romanzo – per quanto ricalcato sulla vita di MM – piuttosto che a una delle numerose biografie a disposizione. Anzi, dopo l’incipit incendiario, impernia l’intero film sulla replicazione dell’immagine di Marilyn giocando con la fedele ricostruzione dell’iconografia e dei servizi fotografici più noti, che va in frantumi appena Ana De Armas si anima. Il film si insedia così nello scarto fra l’originale (di cosa, poi) e la ricostruzione, facendosi largo nella fessura fra le due immagini quasi uguali (terribile la scena del divaricatore), consapevole di stare compiendo l’ennesimo abuso.

Anche Gli orsi non esistono (Khers Nist) di Jafar Panahi è un film fortemente metatestuale che si interroga sullo statuto del cinema oggi e sul coefficiente di verità dell’immagine. Ma più in generale tutto il cinema più recente di Panahi rappresenta un gesto di costante e intelligente rigenerazione metamorfica di sé stesso in reazione alla censura (ricordiamo che al momento Jafar Panahi è in carcere in Iran).

Si inseriscono nella categoria anche Frederick Wiseman e Alice Diop, entrambi documentaristi che quest’anno a Venezia hanno portato due film di “fiction” (nota) e che hanno curiosamente scelto la stessa strada. Con la sua camera fissa a registrare una donna che recita un testo Un couple di Wiseman è, come dice Giulio Sangiorgio su FilmTv, un ritorno all’origine del cinema. Ma anche Saint-Omer di Alice Diop è imperniato in gran parte sulla ripresa fissa di una donna che racconta a un tribunale ciò che lei stessa non sa spiegarsi. Telecamera inerme a registrare ciò che dovrebbe essere vero.
Dunque da una parte c’è Panahi che mette in scena un tribunale popolare dove al posto del giuramento si utilizza la videocamera, come a dire: il filmato di una dichiarazione è garanzia di verità tanto quanto giurare sui Testi Sacri. Dall’altra c’è Alice Diop che usa quella lunga scena della testimonianza per smontare le nostre certezze. Quando in un festival si instaura un dialogo di questa levatura fra i film io non posso che uscirne felice.

Ha destato grande sorpresa l’affermazione di Vera di Tizza Covi e Rainer Frimmel nella categoria Orizzonti, ma Vera è un gran bel film, metà doc metà no, che mi ha ricordato quegli incredibili film della scuola romana anni Settanta tipo L’Imperatore di Roma (nel link il film intero) di Nico D’Alessandria. All’epoca l’ibridazione fra verità e messinscena era avanguardia, oggi è un cliché che vediamo riprodotto da ogni influencer ma proprio per questo diventa interessante indagarlo come genere cinematografico.

Propongo infine un paragone ardito fra Blonde e Chiara, storia della santa di Assisi scritta e diretta da Susanna Nicchiarelli: entrambi i film, infatti, prendono le mosse da un’iconografia e le danno vita. Chiara è stato uno dei film meno apprezzati della Mostra ma non da me che anzi l’ho amato molto, anche se è vero che Nicchiarelli ha confezionato un film più tradizionale rispetto a quello di Dominik e a dispetto delle contaminazioni punk.

Chiudo questa prima parte del mio reportage veneziano con la menzione del film di enrico ghezzi, Gli ultimi giorni dell’umanità (co-regia con Alessandro Gagliardo), incontenibile opera autobiografica che mescola filmati personali e familiari a citazioni cinematografiche che funzionano come chiosa, rimando, controcanto, voce della coscienza.
(nota): “fiction” tra virgolette perché in entrambi i casi la vicenda raccontata ha radici nel reale. Wiseman ha messo in scena le lettere di Sofja Tolstaja al marito Lev. Alice Diop ha tratto ispirazione da un caso di cronaca di cui ha seguito il processo.
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