In questi giorni ricorre il novantesimo dalla prima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, inaugurata il 6 agosto del 1932. E dunque ricorre anche il novantesimo di tutti i film colà presentati, fra i quali Uomini, che mascalzoni di Mario Camerini, interpretato da un magrissimo, irriconoscibile Vittorio De Sica, nell’occasione accolto come stella nascente del cinema italiano, e Lya Franca che, invece, col film di Camerini chiuse la carriera sposandosi e appendendo i copioni al chiodo. Qui sotto riporto le righe che il bellissimo libro di Gian Piero Brunetta sulla Mostra di Venezia ha dedicato al film di Camerini e a quello che rappresentò all’epoca.

Questi 90 anni tondi dal film di Camerini offrono il destro per un paio di considerazioni su come è cambiata da allora l’immagine cinematografica (quindi non solo cinematografica) di Milano. Fra i primissimi film italiani girati in esterni, Uomini, che mascalzoni mostra una Milano in profonda trasformazione, fra automobili e biciclette, lavori moderni e voglia di fare, dove due giovani possono amarsi e mettere su famiglia.

Ma, sul grande schermo, questa immagine rassicurante di Milano inizia e finisce proprio con il film di Camerini. In seguito il cinema italiano ha adottato spessissimo il capoluogo lombardo come contenitore del futuro e della modernità ma mai più in termini così desiderabili. Anzi, si potrebbe dire che – nel cast delle città italiane – Milano ha impersonato sempre il ruolo del villain o quantomeno della sorellastra di Cenerentola. L’elenco dei film che vanno in questa direzione è infinito. Da Miracolo a Milano di De Sica e Zavattini a Rocco e i suoi fratelli di Visconti, da Cronaca di un amore di Antonioni a Il posto di Olmi, Milano è sempre la città che strappa le radici, travia le coscienze, corrompe i valori. È significativo come dei tre personaggi interpretati da Sophia Loren in Ieri oggi domani (V. De Sica, 1963; nel link il film intero) solo la milanese Anna sia priva di ironia e redenzione mentre la truffatrice napoletana e la squillo romana sono guardate con molta più condiscendenza e simpatia.

Ed è quasi inevitabile paragonare la coppietta in fieri di Uomini, che mascalzoni con quella appena sposata di Boccaccio 70 (1962), che non riesce a trovare un momento di pace per stare insieme, fra turni di lavoro alienanti e familiari invadenti.
Sono numerose le ragioni di questi ritratti poco lusinghieri: innanzitutto il cinema stava a Roma e… la rivalità è rivalità. In secondo luogo Milano tornava comoda per mettere in scena le paure che, a ragione, accompagnavano la cavalcata senza briglie del nostro Paese verso il progresso economico. In terzo luogo la stessa Milano, per lungo tempo, non ha badato granché alla propria immagine (nota).

Con gli anni Settanta la storia non cambia: Banditi a Milano (C. Lizzani, 1968) e Milano calibro 9 (F. Di Leo, 1972; nel link il film intero) sono i film che hanno gettato le basi del cinema poliziottesco, e non poteva essere altrimenti visto che all’origine del neonato genere cinematografico c’era appunto una riflessione sulla fine del boom economico.
Il decennio successivo sancisce un nuovo marchio duro a morire: quello della “Milano da bere”, che trova il segno cinematografico nelle maschere di yuppies, paninari e commendatori messe in scena dai fratelli Vanzina. Qualche anno dopo Gabriele Salvatores impernia i suoi primi successi sul mito della “fuga” da una città che continua a essere poco desiderabile.

Una lunga storia, insomma, che però è finita. È fuor di dubbio che Milano si sia scrollata di dosso il cliché negativo e stia lavorando alacremente per tornare a essere alfiera di un futuro desiderabile dentro e fuori il grande schermo. Mi ha colpita, per esempio, la scena della serie tv Skam Italia in cui Martino e Niccolò scappano dal loro liceo romano per passare una notte a Milano, dove sperimentano una preview di quella che potrebbe essere la loro vita. E Porta Nuova, intorno a loro, sembra New York, sembra Berlino.

Si torna quasi al punto di partenza, insomma: al punto dove Vittorio De Sica rincorreva la sua Franca. Ma purtroppo l’attuale momento storico non è caratterizzato da grande fiducia nel futuro per cui non so quale riscontro possa avere la nuova immagine cinematografica di Milano. Mi sa che tornerà ad accogliere le solite storie depresse.
(nota): Questo lo posso garantire addirittura in prima persona lavorando nella comunicazione turistica da vent’anni: ancora nel 2007, se chiedevi all’ufficio turistico del Comune di Milano delle foto ti arrivavano una manciata di jpg di 5 cm per 3 con colori sbiaditi e auto fuori produzione da dieci anni.
Testo parzialmente già pubblicato nella guida City+Map Milano, Touring Editore, 2022