C’è un’impressionante coerenza nella filmografia di River Phoenix, tanto da fare fatica a non considerarla, almeno in parte, frutto di riflessioni che forse l’attore stava facendo su sé stesso. Lungi da me fare della psicologia gratuita, guardiamo solo ai film.

E partiamo dai primi due: Explorers di Joe Dante (1985) e Stand by me – Ricordo di un’estate di Rob Reiner (1986). In entrambi i casi si racconta di un gruppo di ragazzini che partono per un’avventura, facendosi un po’ da genitori l’un l’altro perché i genitori sono del tutto assenti. Un coming of age classico, siamo d’accordo, ma l’assenza o la miopia dei genitori è uno dei temi che torneranno spesso anche in seguito.

Appena successivi sono Mosquito Coast di Peter Weir (1986), Nikita – Spie senza volto di Richard Benjamin (1988) e Vivere in fuga di Sidney Lumet (1988). Tre film nei quali Phoenix interpreta il figlio primogenito – qual era anche nella realtà – di una famiglia che vive contro la società e contro il sistema.
E in tutti e tre i film i genitori (soprattutto i padri) sono talmente coinvolti nella loro lotta ideologica da non vedere la sofferenza che procurano ai loro figli. È difficile non associare questo tipo di trama alla vita vera di River Phoenix, figlio di due hippie che si unirono a una setta religiosa e per molti anni viaggiarono con i 4 figli per l’America Latina.

Naomi Foner, sceneggiatrice di Vivere in fuga, raccontò che River non era mai andato a scuola e che, pur sapendo leggere e scrivere, era del tutto ignorante in materie come storia, letteratura ecc. Con queste scelte cinematografiche è come se Phoenix avesse umilmente deciso di camminare raso muro nel cinema, affrontando solo storie e ruoli che pensava di conoscere, magari nella speranza di capirci qualcosa di più. È comunque una filmografia che potremmo definire del figlio che, nel conflitto con il padre, si sacrifica per amore anziché ribellarsi: non siamo più dalle parti dei rebels without a cause, se mai ci siamo stati. Ricordiamo che in quegli anni River Phoenix stava mantenendo la sua famiglia.

La storia non cambia anche quando River cresce, basta vedere quella sorta di Oliver Twist queer che è il capolavoro di Gus Van Sant, ovvero Belli e dannati (My own private Idaho, 1991). Qui il conflitto col padre è vissuto dal personaggio di Keanu Reeves, perché il personaggio di River Phoenix è ormai oltre ogni conflitto, oltre ogni tentativo di capirci qualcosa, ed è trasceso a puro istinto, a pura sopravvivenza. È come se, anno dopo anno, questo über personaggio che faceva da sfondo ai vari ruoli interpretati da Phoenix avesse rinunciato alla razionalità anziché guadagnarne, e l’interpretazione di Phoenix è straordinaria.
Ma anche in Belli e dannati i temi sono i soliti: c’è il farsi da famiglia l’un l’altro, c’è il randagismo (perché siamo un po’ oltre l’on the road) e c’è River Phoenix che guarda la strada perplesso.


