Una squadra e gli scherzi di montaggio di Procacci

Intervistato da Mattia Carzaniga per Rolling Stone, Domenico Procacci ha minimizzato la sua prima prova da regista per la docuserie Una squadra con dichiarazioni tipo: «Ma sai, è più di trent’anni che lavoro da produttore, se avessi avuto come obiettivo fare la regia l’avrei già fatto anni e anni fa. […] L’intenzione, con Una squadra, non era affatto quella di curare una regia, ma di raccontare proprio quella storia lì. […] Che poi, chiamiamola regia: fare la regia è un’altra cosa. Qui più che altro è qualche intervista messa insieme…»


Non metto in dubbio l’intenzione da parte di Procacci di continuare a fare il produttore, ma sul fatto che qui non abbia fatto il regista avanzerei qualche obiezione. Nella docuserie (gessù che brutta parola) c’è un uso che arrivo a definire spregiudicato delle interviste ai cinque protagonisti della Coppa Davis del 1976, e se non è una scelta di regia questa non so proprio cosa possa esserlo. Difatti le interviste sono smontate e rimontate ad arte creando fra i cinque componenti della squadra dialoghi e scambi di sguardi, faccette e ammiccamenti che non possono essere avvenuti nella realtà, visto che ciascuno è intervistato in una location diversa.

Così succede che quando Panatta sfotte Bertolucci Bertolucci alza le spalle; quando Zugarelli critica Pietrangeli Pietrangeli fa una smorfia; quando Pietrangeli dice una bugia Barazzutti scuote la testa sconsolato e così via. Questo risultato evidentemente artificiale va contro ogni concezione tradizionale del documentario in quanto tale ed è una scelta registica abbastanza ardita perché chiama in gioco lo spettatore il quale, dopo un momento di smarrimento, capisce che c’è il trucco e lo accetta: solo dopo questa contrattazione fra regista e spettatore il montaggio raggiunge il proprio scopo ovvero riprodurre il legame ancora vivo fra i 5 nonostante le ruggini e gli anni. Alla faccia del «chiamiamola regia».

Una scelta più di sceneggiatura ma comunque forte sta nella scansione degli argomenti, impostata secondo un viavai cronologico volto a esaltare l’acuto finale ovvero la trasferta in Cile, introdotta nella prima puntata. Dalla seconda alla quarta puntata si raccontano le edizioni successive della Coppa Davis; nella quinta si torna indietro a quando i 4 erano ragazzini, le origini, i primi tornei; infine la sesta affronta la trasferta in Cile riprendendo il filo lasciato in sospeso nella prima puntata. Un’architettura non complessa, per carità, ma senz’altro non scontata.

E a questo allaccio una terza considerazione. Procacci ha detto che voleva «raccontare proprio quella storia lì»: ok, ma quale? Il titolo Una squadra trova riscontro in quel lavoro di montaggio di cui sopra ma pare anche decisamente riduttivo rispetto alla storia che viene raccontata nell’arco delle sei puntate: cioè un momento epico del tennis italiano, che forse all’epoca davamo per scontato e che i successivi 45 anni di severo digiuno hanno relegato nel dimenticatoio. Era giusto riesumarlo e riscoprirlo proprio adesso che finalmente si sta ricominciando a parlare di tennis italiano: era giusto ricordare che l’albero genealogico del nostro tennis è un po’ rinsecchito ma tutto sommato ha radici lunghe.

E però non è tutto qui: come detto, Una squadra culmina con il racconto della finale cilena, lasciando ampio spazio all’aspetto politico dell’impresa e portando alla luce una sorta di scoop: lungi dall’essere stata un’operazione qualunquista e antietica, la trasferta cilena di Coppa Davis giocò un ruolo essenziale per consentire l’espatrio di alcuni dirigenti del partito comunista cileno e di diversi discendenti di emigrati italiani, il tutto mentre dai media italiani piovevano uova marce sulla squadra.


Ma allora non possiamo non pensare a un altro doc, Santiago, Italia di Nanni Moretti, al quale il doc di Procacci si offre come secondo fuoco di prospettiva aggiungendo un elemento rilevante alla ricostruzione dei fatti. Nanni Moretti che, come Procacci, di mestiere non fa il regista di documentari e che a un intervistato di Santiago, Italia rivendica orgogliosamente il suo non essere imparziale.

Forse anche noi abbiamo guadagnato un secondo fuoco di prospettiva: nella misura in cui Procacci era consapevole di mettersi in dialogo con Nanni Moretti, allora capiamo e condividiamo senz’altro la sua ritrosia a definirsi regista. Ma Una squadra è qualcosa di più di qualche intervista messa assieme ed è da vedere.

Pubblicato da Fedefunk

Per lavoro scrivo di viaggi, nel tempo libero viaggio con i film

Lascia un commento