Poiché oggi esce la prima parte di Esterno notte vale la pena fare un ripassino come bravi scolari.
Perché Marco Bellocchio insiste tanto su Aldo Moro? I motivi sono vari.
Innanzitutto secondo Bellocchio nella storia dell’Italia contemporanea ci sono un prima e un dopo la morte di Moro e non si può capire l’Italia di oggi se non si capisce a fondo quella tragedia che ha fatto da cesura.
Per giunta – questo lo dico io – è un momento chiave mai abbastanza dibattuto nella misura in cui il Potere Costituito non ha concesso spiragli di discussione, e quindi è giusto continuare e continuare a pungolare il mostro.

Ma l’uccisione di Aldo Moro è anche un fatto dalla portata simbolica immensa, pari per evocatività a una tragedia greca.
Da un lato è l’essere umano negato nella sua umanità da un Potere Costituito che lo uccide con osceno cinismo per difendere se stesso.
Dall’altro lato è il padre ucciso dai figli, ovvero i brigatisti che hanno ucciso il padre sbagliato, che errore madornale: questo è il versante della tragedia messo più a fuoco in Buongiorno, notte, il grande equivoco.

Dunque l’uccisione di Aldo Moro ha due letture simboliche e in entrambi i sensi interessa a Bellocchio il quale, gira e rigira, ha sempre un’impostazione tendenzialmente psicoanalitica nella lettura della realtà e delle dinamiche di potere (ed è per questo che, tanto per cominciare, me lo sento molto vicino).
Ciò che Marco Bellocchio coglie innanzitutto nei fatti di quel 9 maggio del 1978 è la messinscena della fine dell’illusione e dell’inizio della realtà, ovvero – freudianamente – del principio di realtà.

Ma come ci insegna Slavoj Žižek (cfr. Guida perversa al cinema, su Prime) il principio di realtà è nemico del cinema, ed è per questo che l’Aldo Moro di Bellocchio in qualche modo sopravvive sempre: il che implica notevoli ricadute sul piano delle riflessioni che il miglior cinema compie sempre su se stesso.
E ora andiamo al cinema.
(La foto di copertina è uno screenshot da questa intervista de La Stampa)