Nell’odierna puntata del podcast Morning il giornalista Francesco Costa ha affrontato il tema della crisi delle sale cinematografiche italiane riportando una lista di ragioni che terrebbero gli spettatori lontani dai cinema. Fra queste menziona il fatto che nelle sale di provincia (che sono poi la maggioranza) si proiettano solo pellicole doppiate mentre ormai la gente predilige i sottotitoli.

Ma i sottotitoli sono una vexata quaestio secondo me mai affrontata in modo adeguato. Un modo adeguato di affrontarla sarebbe, per esempio, dire che dipende: se un film è interpretato da attoroni che si prendono la scena può effettivamente valere la pena guardarsi la V.O. sottotitolata. Fra i titoli fuori adesso penso per esempio a Downton Abbey II: ovvero un film in cui le interpretazioni giocano un ruolo fondamentale nella costruzione del fenomeno cult, a fronte di una mano registica meno incisiva.
Viceversa se un film è soprattutto da guardare, magari perché diretto da un regista “autore” (concediamoci questa definizione ormai vintage), i sottotitoli sortiscono l’effetto indesiderabile di distrarre lo sguardo.

In Licorice Pizza, pur con tutto l’affetto per Alana Haim e Cooper Hoffman, è così importante apprezzare il tono con cui porgono le battute? Forse no, forse è meglio mettere in folle e abbandonarsi alle immagini senza la frizione dei sottotitoli, forse meglio farsi condurre da P.T. Anderson piuttosto che dagli attori.
Idem con Titane, Annette, Spencer, per menzionare qualche altro titolo recente: tutti film in cui il lavoro del regista non perde nulla col doppiaggio, e viceversa perde qualcosa di essenziale se gli occhi sono calamitati dal sottopancia. Perché un sottoproblema dei sottotitoli è proprio questo: che calamitano l’attenzione anche quando vorresti ignorarli.
Un altro modo di affrontare la questione sarebbe chiedersi cosa si cerca in un film. Per esempio io sono poco interessata alle prove attoriali in quanto tali, il trasformismo dei camaleonti del grande schermo mi annoia un po’ e preferisco invece carpire i segreti nascosti dietro le immagini, ecco perché in genere guardo i film doppiati.

Ma con House of Gucci mi è successa una cosa buffa: il film era così sostanzialmente, così intenzionalmente, così ontologicamente paccottiglia, che dopo avere visto, come di prassi, la versione doppiata ho capito che era necessario riapprezzarlo in V.O., condito dalle interpretazioni sopra le righe di Lady Gaga e Jared Leto, che a priori paventavo in quanto elemento di distrazione: mi sbagliavo, ne sono invece l’essenza (a prescindere dal fatto che si reputi l’operazione riuscita o meno; per me così così).
L’ideale, a questo punto l’avrete pensato anche voi, sarebbe poter vedere entrambe le versioni.
Ma si potrebbe anche concepire un giochino regista per regista: per esempio Clint Eastwood può essere guardato con i subs perché è un regista tendenzialmente classico e soprattutto dà tempo e respiro alle scene; idem Chloé Zhao; e i Coen (ormai IL Coen)? E i vari Avengers & Co.? Parliamone.
Bonus track: le prime battute pronunciate da Greta Garbo in un film sonoro. Il film è Anna Christie (1930) diretto da Clarence Brown, e com’è noto venne lanciato sul mercato con lo slogan Garbo talks!