Mi pare lecito supporre che senza la pandemia questo romanzo non sarebbe mai nato. Non così, non con questo titolo tanto per cominciare. «Dove sei, mondo bello» è quello che tutti forse ci siamo domandati a un certo punto, barricati da mesi nelle nostre case e fuori il silenzio rotto solo dalle sirene. E non sarebbe nato con quel finale smaccatamente felice, oltre la melassa, oltre il sogno. Quasi che Rooney stessa avesse sentito il bisogno di concentrarsi su qualcosa di positivo, quasi che le sue mani si fossero rifiutate di digitare tasti per descrivere cose men che serene.

Ma anche al di là del momento storico in cui è stato scritto questo nuovo romanzo di Sally Rooney ha numerosi aspetti interessanti. In Persone normali mi ero soffermata sull’architettura dei piani narrativi che alternava paragrafi “in presa diretta” a paragrafi in cui Marianne e Connell si inabissavano nei loro pensieri fornendo preziosi flashback al lettore.
Mi ha stupita constatare che in questo terzo romanzo la dualità voce esterna-voce interna non solo è rimasta ma è stata formalizzata nella creazione dei capitoli epistolari alternati ai capitoli di narrazione “in presa diretta”.
Questa scansione così rigida sembrerebbe quasi una regressione rispetto all’armonia creata dalle diverse voci nel precedente esperimento. Ma i capitoli epistolari consentono divagazioni molto più ardite e Sally Rooney ne sfrutta ogni possibilità portandoci a spiare non tanto nei fatti privati delle due protagoniste, ché quelli sono materia “ordinaria” di narrazione, quanto nei “non fatti”. Intendo con ciò i dubbi e le esitazioni da cui non nascerebbe niente figurati un romanzo, i pensieri fatti di bolle di sapone, le omissioni innocue, gli ideali che disattendiamo, i concetti in via di concepimento, le ombre che si rischiarano da sole.

Come lettori ci troviamo insomma a spiare (e su questa sensazione voyeristica ci torniamo) una materia informe che non produce romanzo ma tempo sospeso. Tempo sospeso teso a restituire almeno in minima parte ciò che è racchiuso in quattro persone normali quali sono i protagonisti del romanzo. Perché loro, più di Marianne e Connell, sono normali. O meglio: in Dove sei, mondo bello più che in Persone normali Sally Rooney è riuscita secondo me nell’intento di testimoniare l’esistenza anonima di esseri umani ordinari e il loro corpo a corpo con la vita.
In tutta questa operazione riveste un ruolo fondamentale il punto di vista del narratore, che è forse la cosa più strana del romanzo. Il narratore prende spesso voce alla maniera ottocentesca, esortando i lettori a lasciare i personaggi ai fatti loro o accennando a cosmi e galassie quasi fosse un ente extraterrestre che plana dalle nuvole per osservare i suoi pupilli.
Extraterrestre forse ma di certo non onnisciente, quindi non del tutto ottocentesco: difatti questo narratore un po’ pedante si scherma talvolta dietro dei “sembrerebbe” e dei “non si può sapere” che un vero narratore del realismo ottocentesco non avrebbe mai osato pronunciare pena il declassamento a voce di Trenitalia. Capita perfino che confessi di non sentire cosa i personaggi stanno dicendo, e lì per lì verrebbe da chiedergli allora cosa ci sta a fare.

Proprio questo narratore pervasivo e al contempo distante acuisce la sensazione di essere degli invadenti voyeur e va di pari passo con la “normalità” dei personaggi, come se ne stessimo lurkando i profili di Facebook. In effetti all’inizio del romanzo si verifica proprio questo: spiando il profilo Facebook del suo ex, Eileen finisce col visitare i profili delle persone che interagiscono con lui soffermandosi in particolare su quello di una misteriosa ragazza che le suscita gelosia.
Ma se noi lurkiamo i protagonisti del romanzo come loro fanno con i profili sconosciuti di Facebook vuol dire che il mondo bello è qui, è tra noi, è nella donna davanti a noi alla cassa del supermercato, è nel vecchio che legge il giornale in macchina, è nel ragazzo che sta sorridendo al suo telefono. È forse un po’ questo che vuole dirci Sally Rooney con questo romanzo che, letto così, assomiglia a un messaggio di pace.
E tuttavia se l’obiettivo (un obiettivo…) letterario di Rooney è dare vita a pagine più verosimili che si può anche a costo di tenere bassa la mitopoiesi e la leggendarietà dei personaggi, l’escamotage del narratore che crea voyerismo è un pelino artificioso per gli standard che Rooney pare voler perseguire. Secondo me ha vita breve. Vedremo col prossimo.