Alla 40esima edizione del Bergamo Film Meeting chiusasi oggi è emerso un filo rosso di stringente attualità che accomuna molti film del ricco programma: la guerra, e più precisamente quello che viene dopo la guerra. Poiché il vincitore del concorso è decretato dal pubblico può darsi che la scelta di premiare Sentinelle Sud di Mathieu Gérault, racconto del percorso di adattamento alla normalità di un soldato francese di ritorno dall’Afghanistan, sia stata influenzata dall’urgenza del conflitto in corso, al di là dell’obiettiva qualità del film che spicca per concretezza antiretorica.

Ma la sorte ha voluto che anche due delle quattro monografie previste dalla rassegna bergamasca fossero dedicate a registi che la guerra l’hanno conosciuta bene e che su quell’imprinting hanno modellato le loro cinematografie, simili fra loro sotto alcuni aspetti e diverse sotto altri. Parlo di Costa Gravas, protagonista della Retrospettiva ufficiale, e di Danis Tanović, approfondito nell’ambito della sezione Europe, Now!, dedicata al cinema europeo contemporaneo.

Costa Gravas (1933), presente a Bergamo nei primi giorni e generoso di spiegazioni e aneddoti, ha vissuto da bambino la Guerra civile greca e ne ha pagate le conseguenze fin da grande, quando gli venne impedito di frequentare l’università in quanto figlio di un membro della resistenza comunista. Costa Gravas scappò dunque in Francia per studiare e venne inevitabilmente irretito dal cinema che usò come mezzo per indagare il potere, le sue dinamiche e l’impatto che ha sugli uomini.
In questo senso, al di là dei suoi film più noti e premiati (Missing, Musicbox ecc.) ho particolarmente apprezzato La confessione (1970), con Yves Montand e una superba Simone Signoret (che attrice, che attrice, come teneva la scena). Il film racconta le torture a cui viene sottoposto un uomo accusato di tradimento nella Praga del 1951. Le torture sono protagoniste per tutta la prima metà del film, susseguendosi senza filo logico in una sorta di corto circuito temporale per dare vita a una sequenza che va molto oltre la funzione narrativa e getta anche lo spettatore in un palpabile nonsense kafkiano.

Il bosniaco Danis Tanović (1969), invece, ha conosciuto la guerra a vent’anni, con l’assedio di Sarajevo e il massacro di Srebrenica e ha incontrato il grande successo internazionale con No man’s land. Focalizzato su tematiche politiche e belliche, il cinema di Tanović è rigoroso e scabro ma al contempo versatile e talentuoso. Tanović ha a disposizione una ricca valigia di attrezzi con la quale dà vita a una cinematografia di mirabile varietà formale (molto più che Costa Gravas), che spazia dal sarcasmo grottesco del già citato No man’s land (2001) al ruvido neorealismo di Un episodio nella vita di un raccoglitore di ferro (2013), interpretato con struggente dolcezza da una vera famiglia bosniaca, dalla tensione thrilling che pervade il mediometraggio Bagaglio (2011) dedicato alle migliaia di cadaveri senza sepoltura lasciate dalla guerra in Iugoslavia, alla commedia di Deset u pola (2022) e all’escamotage filmico del bel Tigers (2014), film denuncia nei confronti della Nestlè.

Cosa viene dopo la guerra, dunque? Stando a Costa Gravas e a Danis Tanović nulla, perché se l’hai vissuta sulla tua pelle non c’è modo di liberarsene. Proprio come il soldato semplice Christian Lafayette protagonista di Sentinelle Sud, anche i due registi sono “intrappolati” in una eterna rielaborazione del trauma e in una cura di ferite che non guariscono.
Qui il sito del BFM40, qui alcune recensioni di Cineforum, che partecipa all’organizzazione del BFM.
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