Il Pirellone al cinema, da Pietrangeli a Frammartino

S’è detto che l’inizio de Il buco di Michelangelo Frammartino, con la veduta su Milano dall’ascensore del Pirellone che sale, è simmetrico e contrario alla direzione che di lì a poco il film prenderà, immergendosi nelle viscere della terra calabra come una controstoria dell’Italia (parole di Matteo Marelli, FilmTv). Non s’è detto – mi sembra – del portato cinematografico di questo incipit, che mi pare una chiara citazione dei titoli di testa de La notte dell’altro Michelangelo regista nostrano, Antonioni. Difatti La notte comincia proprio nell’ascensore del Pirellone da cui si apre una panoramica simile e coeva. La differenza è che ne La notte l’ascensore scende, contenendo in sé il film di Frammartino.

Penso che la relazione fra i due film si limiti a un omaggio. Potremmo azzardarci a ipotizzare che Frammartino sia stato ispirato da Antonioni nell’impostazione dell’incipit ma non mi spingerei oltre nel tessere relazioni perché entrambi gli autori hanno una propria poetica ben solida.

È vero però che Il buco si iscrive incidentalmente in quel filone cinematografico che sviluppava le proprie trame a partire dal boom economico del Dopoguerra, un filone per lo più ambientato a Milano che fece del Pirellone il simbolo di un’epoca ancora prima che fosse completato: una delle sue prime e più significative apparizioni è in Nata di marzo (1958; nella foto), dove la macchina da presa di Antonio Pietrangeli si alza a guardare il cantiere del grattacielo che sale scordandosi per un attimo dei protagonisti del film.

Divide poi la scena con la torre Galfa per impersonare il Torracchione de La vita agra (1964): non si è mai saputo quale fosse il grattacielo milanese che Bianciardi voleva far esplodere perciò Carlo Lizzani decise di girare gli interni nel Pirellone e gli esterni sulla torre Galfa. 

Un altro film dei primi anni ’60 in cui il Pirellone pirelleggia è Boccaccio ’70 (1962; nella foto), nel primo episodio intitolato Renzo e Luciana, su due sposini che non riescono a trovare un momento per starsene in intimità.

E fa significativamente capolino anche in I cannibali di Liliana Cavani, pellicola un pelo più tarda (è del 1970) che rivisita in chiave distopica l’Antigone di Sofocle con squarci di sublime a compensare il ritratto nero di una società disumana. Nel film compare fra l’altro uno dei primi skyline moderni di Milano.

Leggendo qua e là mentre scrivevo questo post ho scoperto che è di recente uscito un libro che parla proprio del grattacielo Pirelli e delle altre torri milanesi al cinema. Si intitola Milano, il grattacielo e la metropoli, è di Alessandro Bosco e trovate qualche parola di presentazione QUI.

Pubblicato da Fedefunk

Per lavoro scrivo di viaggi, nel tempo libero viaggio con i film

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