Oggi il cinema messicano detta legge in tutto il mondo con Guillermo Del Toro, Alejandro Iñárritu e Alfonso Cuarón, seguiti a ruota da Michel Franco, Robert Rodriguez e Carlos Reygadas e da numerosi attori tra cui Diego Luna, Gael García Bernal e Salma Hayek. È un risultato eccezionale a prima vista ma un po’ tardivo se si va a vedere la lunga e nobile storia che ci sta dietro.

Difatti il cinema è arrivato in Messico molto presto, solo pochi mesi dopo la prima proiezione in Francia dei fratelli Lumière nel 1895. Di quell’epoca ci sono arrivati moltissimi filmati, per lo più riprese di occasioni ufficiali effettuate negli anni del Porfiriato – com’è chiamato il periodo della dittatura di Porfirio Díaz, 1876-1911 – girate dal regista Salvador Toscano Barragán e montate molti anni dopo dalla figlia Carmen per il documentario Memorias de un mexicano (nei link trovate sempre i film interi).

Non appartenente alla tradizione cinematografica messicana ma preziosissima pellicola di qualche anno posteriore è quella a firma di Sergej Michajlovič Ejzenštejn che visitò il Messico negli anni in cui il Paese attirava artisti e intellettuali da tutto il mondo, e vi girò ¡Que viva México! (1931), straordinario per ciò che mostra – tradizioni indie, mercati, paesaggi naturali, siti archeologici – e per lo sguardo appassionato con cui il regista guarda a un mondo così diverso e lontano dal suo.
Ma la vera curiosità è che quella messicana è stata la prima rivoluzione politica della storia documentata sul grande schermo. Alla stregua dei grandi comunicatori moderni, Pancho Villa e Emiliano Zapata intuirono la portata propagandistica della cinepresa e non si sottrassero all’occhio dei proto-reportage: Villa recitò perfino in alcuni film interpretando se stesso, come The life of General Villa (1914), diretto da Raoul Walsh e andato perduto.
Per questa ragione i moti messicani infiammarono l’immaginazione dei registi statunitensi che nei decenni a venire perpetuarono le gesta dei líderes campesinos in numerose pellicole, tra le quali Viva Zapata! (1952) di Elia Kazan, nel quale Zapata è interpretato da Marlon Brando mentre Villa rivive nelle fattezze di Alan Reed.

Ciò nonostante la rivoluzione messicana è stata in seguito dimenticata dal resto del mondo, quasi che la precoce cristallizzazione sullo schermo cinematografico avesse danneggiato la memoria anziché favorirla; ci si scorda, così, che è stata la prima rivoluzione del XX secolo, e l’eroe-bandito Pancho Villa ha ceduto il passo al mito più “costituzionale” di Zapata. Complesse circostanze politiche hanno giocato a favore della memoria di Zapata a discapito di Villa, ma dal nostro punto di vista videocentrico è interessante soffermarsi sul modo in cui, prima, i fatti sono stati riportati in pellicola e sul modo in cui, dopo, le immagini hanno impattato sulla narrazione dei fatti.

Negli anni successivi il cinema non ha smesso di fare da collante della società messicana e tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Cinquanta ha vissuto la sua ‘epoca d’oro’, arrivando a produrre oltre 100 titoli all’anno, da film di genere a basso costo a interessanti esperimenti di neorealismo ‘indio’ come Redes (1936, di Fred Zinnemann ed Emilio Gómez Muriel), su una comunità di pescatori di Veracruz. Il ricco star system poteva contare su attori che riscuotevano successo anche a Hollywood, come Dolores del Río (nella foto), Cantinflas (al secolo Mario Moreno), Pedro Armendáriz, Pedro Infante e María Félix. Quest’ultima, in particolare, fu la musa di Emilio Fernández, detto El Indio, autore di opere radicate nella tradizione culturale messicana come la trilogia Enamorada (1946), Río Escondido (1947) e Maclovia (1948).
Testo parzialmente già pubblicato nella Guida Verde Messico, Touring Editore, 2016