Mi accingo, in questo post, a non parlare per nulla di cinema perciò non fatevi ingannare dal fatto che in apparenza gironzolerò intorno all’ultimo James Bond. Non conosco la saga e, anzi, prima di No time to die non avevo mai visto un film di 007 per intero perciò sono perfino meno adeguata del solito a trarre conclusioni di merito cinematografico su quello che ho visto.
Non sono mai stata attratta dalla saga perché l’ho sempre considerato roba vecchia, anche se so che negli ultimi anni, da un punto di vista prettamente visivo, è stata l’occasione per concepire riprese spettacolari e, a loro modo, quasi sperimentali.
Stavolta ho deciso di lanciarmi per due ragioni essenzialmente: per vedere come il cambiamento dei tempi veniva assimilato dal moloch della virilità e perché il film è diretto da Cary Fukunaga, che forse non è (ancora) un autore con una visione propria ma ha un talento e un gusto per l’immagine che mi manda in sollucchero e mi ricorda quegli scrittori con la penna baciata da dio. Anche lui manovra le immagini con una grazia incantevole e mai fine a se stessa, difatti l’inizio del film è strepitoso: infila una inquadratura più bella dell’altra, non hai ancora finito di fare Ooh per una scena che rifai Ooh per quella dopo.
Poi, però, entra in scena James Bond.

Dai, sto scherzando, ci sono delle belle scene anche dopo. Per esempio c’è un bellissimo utilizzo di Matera come dimensione arcadica.
Però ho capito che la saga di James Bond è un alter ego della corona britannica (e colgo meglio il senso dell’apertura delle Olimpiadi di Londra): sono entrambi sistemi pachidermici in cui i cambiamenti si misurano in micron. Se ci sei dentro ti paiono rivoluzioni, ma da fuori ti sembrano inevitabilmente dei parrucconi.
Lo dico vieppiù in ragione del finale che sto per SPOILERare anche se credo di essere una delle pochissime persone che non sapeva che in questo film James Bond sarebbe andato a morire. Il che è buffo assai: mi risolvo finalmente a sorbirmi questo benedetto Bond-James-Bond che casca sempre in piedi, più survivor di Beautiful e Grey’s Anatomy messi insieme, e lui che fa? Non è che va in crociera o vive felice e contento. No. Muore. Nientemeno.

Ma il punto è un po’ questo: dal punto di vista dell’empowerment femminile, far morire James Bond è una scelta forte o no? Secondo me no, è anzi una scelta decisamente passivo-aggressiva. Spesso l’uscita di scena mediante dipartita è un’opzione drammaturgicamente paracula e questa non fa eccezione perché evita di instaurare un vero dialogo con la controparte che, anzi, a un certo punto gli cede lo scettro. James Bond muore ma il suo mito è salvo. Anzi, muore da eroe!
Vorrei che fosse chiaro quello che intendo: non sto aizzando le folle contro James Bond. Sto solo constatando che, al di là delle apparenze e degli effetti speciali, il film ha scelto la strada più morbida e innocua per confrontarsi con il cambiamento di mentalità in corso.
E un po’ spiace perché James Bond sarebbe stato un interlocutore stimolante. Ma s’è cagato sotto : )