78esima Mostra del cinema / 4: altra infornata di film che mi sono piaciuti

Film menzionati: The card counter, Amira, America Latina, Freaks out, Lovely boy, Mona Lisa and the blood moon, Il cieco che non voleva vedere Titanic, Les promesses, White building, Halloween kills

03913_FP_CARDCOUNTER Oscar Isaac stars as William Tell and Tye Sheridan as Cirk in THE CARD COUNTER, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / ©2021 Focus Features, LLC

In The card counter Paul Schrader si confronta con la tragedia di Abu Ghraib, col senso di colpa e col senso di responsabilità, affermando con solennità biblica che le colpe dei padri ricadranno sui figli per generazioni e accusando a volto scoperto i vertici dell’esercito Usa, mandanti impuniti dei crimini in Iraq. In questo film Schrader effettua un lavoro insolito sulle messinscene: su un mood anonimo e opaco dato dai casinò frequentati dal protagonista (interpretato da un Oscar Isaac che si conferma erede degli attori della New Hollywood), specchio del suo intimo desiderio di annullarsi, innesta due ambienti contrapposti, da una parte le immagini allucinate e distorte delle torture e dall’altra una meravigliosa passeggiata sotto le luci, anch’essa dal sapore onirico ma buono.


Una scena di The card counter in cui due personaggi congiungono le loro dita attraverso un vetro è curiosamente uguale a una scena di Amira di Mohamed Diab, bel film palestinese che racconta i rapporti fra un guerrigliero palestinese in carcere da molti anni e la sua famiglia. Il nocciolo del film è una sorta di “contaminazione etnica” (non dico di più) che prende ispirazione da fatti veri: ahimè, l’infinito conflitto israelo-palestinese è anche un’inesauribile narrazione e fucina di spunti.

Fra gli italiani più attesi ci sono i fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo e Gabriele Mainetti. America Latina è un gran bel film che gioca con le immagini fino a confondere lo spettatore che non sa più se quello che sta guardando sono fatti della narrazione o piuttosto allucinazioni frutto dell’immaginazione del protagonista oppure, addirittura, una trasposizione allegorica creata dai registi a uso e consumo dello spettatore. In tutte e tre le letture c’è un nesso logico mancante o di troppo. I fratelli D’Innocenzo non sono rigorosi in questo e perciò sono stati molto criticati. Ma queste lacune di senso sono anche veri e propri graffi, come se quello dei fratelli D’Innocenzo fosse un cinema volutamente ferito, leso, frantumato. O forse bisogna vederlo come un cinema liquido, privo di forma propria, cui lo spettatore fa da contenitore.

Freaks out di Gabriele Mainetti è tutto l’opposto: è l’horror vacui fatto cinema, è un travolgente pastiche di citazioni, riferimenti, ispirazioni, generi in cui Mainetti si dà senza riserve e con tutto l’entusiasmo possibile. Il risultato è ugualmente destabilizzante perché anche qui è ben difficile orientarsi e tenere le fila di tutto. Ma si esce dal cinema più sazi : )

Restando sempre in Italia segnalo Lovely boy di Francesco Lettieri, con il bravissimo Andrea Carpenzano che garantisce sempre un basso tasso di retorica: è la storia di una star della trap che va in disintossicazione e fa parte del filone di film “per giovani”, tesi ad attirare i giovani al cinema. Appartiene a questo filone anche Mona Lisa and the blood moon di Ana Lily Amirpour, con un plot che sembra un videogame: benché molto criticato, a me è piaciuto. L’ho trovato molto più compatto del precedente The Bad Batch, che Amirpour ha presentato sempre a Venezia nel 2016. Per i fan di The Office vale la pena dire che in Mona Lisa c’è nientemeno che Darryl!

Già in sala, è un piccolo caso Il cieco che non voleva vedere Titanic del finlandese Teemu Nikki, che si arrischia in un esperimento davvero temerario per un film, ovvero restituire la visione di un ipovedente. Ne esce un film claustrofobico cui l’innesto dell’elemento thrilling fa da amplificatore.

Non so se avete visto la già citata serie tv francese Dix pour cent ma c’è una puntata in cui Isabelle Huppert compare come se stessa e viene dipinta come una stakanovista che fa cinque film all’anno. Questo per dire che anche quest’anno non poteva mancare al Lido un film con Isabelle Huppert: Les promesses di Thomas Kruithof è un bel film che può essere letto come la fine della rivoluzione, tema caro ai francesi. Si racconta il destino di una palazzina popolare, terreno di scontro fra azioni dal basso e gli ineffabili meccanismi politici. Il lieto fine è solo cinema.

Il destino di un palazzo popolare è al centro anche del bel film cambogiano White building di Kavich Neang, che si sintonizza su onde più sentimentali, raccontando il riverbero della “gentrificazione” sulle persone.

Chiudo con Halloween kills, diretto da David Gordon Green: il focus di questo ennesimo ma molto interessante capitolo della saga è la violenza di chi si sente protetto dal gruppo, è la violenza da social. È la fame di sangue che ormai, in Rete, anima anche i più insospettabili. E per un attimo finisci per prendere le parti di Michael Myers.

Il mio report su Venezia 78 finisce qui o forse no. Chi può dirlo. Intanto qui trovate l’introduzione generale a questa edizione, qui alcuni dei numerosi film a tema femminile e qui alcuni film che mi sono piaciuti.

Pubblicato da Fedefunk

Per lavoro scrivo di viaggi, nel tempo libero viaggio con i film

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