Film menzionati: Il buco, È stata la mano di Dio, Ariaferma, Californie, Shen Kong

Oggi mi dedico ai film che mi sono piaciuti di più, a cominciare dal mio favorito, Il buco (no link al trailer perché non c’è. È un’intervista).
Si tratta di un film quasi caravaggesco per il modo in cui Michelangelo Frammartino dà luce al buio dello schermo e della sala. Un vero segno cinematografico che trasforma il grande schermo in una grotta (il film racconta una spedizione speleologica), in un abisso vertiginoso e tuttavia esplorabile, altrimenti non ci sarebbe cinema. Senza avvalersi del parlato ma solo delle immagini e dei rumori, Frammartino riesce a renderci familiari con una grotta che si addentra nelle viscere della Terra per centinaia di metri, farci percepire l’intima solennità dell’amore per la scienza, trasmetterci l’emozione dell’esplorazione che via via si va compiendo e restituirci, alla fine dell’impresa, una sensazione quasi trascendente di appartenenza al cosmo. Ci sono tutti gli elementi che da sempre caratterizzano il suo cinema, la terra, la materia, la forza di gravità (una chiave di lettura del cinema di Frammartino sono i suoi studi di architettura) e direi almeno un’autocitazione (da Il dono), e il tutto prende forma in modo eccezionalmente compiuto e consapevole, una padronanza di ciò che ama fare che ormai ha raggiunto la maestria. Bellissimo e unico.

Gli ultimi film di Sorrentino, confesso, non sono la mia cup of tea: pur apprezzandone la capacità “pittorica”, la sua attitudine alla ridondanza è un po’ avversa alla mia natura. È stata la mano di Dio mi è piaciuto perché fa da metatesto a quella ridondanza, così come ad altri suoi topos. Mi ha intrigato fra tutti il concetto di bellezza come miraggio irraggiungibile, sempre altrove, una bellezza che è lì ma non si dà. Chi, come me, abita al Nord pensa che al Sud la bellezza sia a portata di mano come una pesca succosa da cogliere dall’albero. Ma non è così e Sorrentino sembra dirci che è anzi molto amaro avere la bellezza a portata di mano e non poterla cogliere (vedi l’episodio del film ambientato a Capri). Poi arrivò Maradona a dispensare bellezza a piene mani, forse portato dalla “mano di Dio”, che però si sa, con una mano dà e con una toglie.
Due bei film italiani stanno a cavallo fra fiction e cinema del reale, un limite che mi intriga da sempre.

Il primo è Ariaferma di Leonardo Di Costanzo, ambientato in un vero carcere con l’impiego di alcuni carcerati come attori minori, e pesi massimi come Toni Servillo e Silvio Orlando a tirare le fila della narrazione insieme a Fabrizio Ferracane. L’interesse maggiore del film sta, secondo me, nel fatto che la vicenda non [SPOILER] sfocia mai nel conflitto ma si mantiene sull’orlo del burrone. Questo impianto “anticlassico”, privo di climax, crea un enorme pathos nello spettatore che si aspetta la crisi da un momento all’altro, e si giustifica nel fatto che il film racconta un’utopia, un mondo in cui ciascuno riconosce l’altro come essere umano. Un altro aspetto intrigante del film è il modo in cui l’idea del film si è formata in Di Costanzo (leggi il Commento del regista).

Una genesi non dissimile è quella di Californie, nato dall’incontro dei due registi – Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman – con la giovane pugile Khadija Jaafari, conosciuta mentre stavano girando il (bellissimo) documentario Butterfly su Irma Testa, medaglia di bronzo nei pesi piuma alle Olimpiadi di Tokyo (*). Khadija attirò l’attenzione dei due registi al punto di indurli a tornare a Napoli e inventarsi un film per lei. Ma attenzione: non un documentario bensì un film di fiction. E l’aspetto rilevante di Californie è che, nonostante racconti le peripezie di una ragazzina marocchina trapiantata in Italia, non punta i fari sul suo essere femmina o sul suo essere immigrata, ma semplicemente sul suo essere se stessa, che è il migliore omaggio che i due potevano fare all’incontro con Khadija. La quale ha dichiarato di preferire il pugilato al cinema : )

Altro bel film è il cinese Shen Kong di Chen Guan. Girato a Macao durante la pandemia, racconta il vagabondaggio giocoso ed euforico di due ragazzi in una città resa deserta dal virus. Al di là del tema dello scontro generazionale, sempre presente nei film cinesi, colpisce la libertà di cui il film si fa portatore e che non ti aspetteresti da un film cinese. Ma potrebbe essere una libertà sfuggita a quell’oppressione al quadrato prodotta dalla collisione fra regime e pandemia.
Qui trovate l’introduzione generale a questa edizione, qui alcuni dei numerosi film a tema femminile e qui altri film che mi sono piaciuti.
(*): con Butterfly siamo dalle parti dei doc di cui ho scritto qui: quanto incide lo sguardo della macchina da presa sulla performance? Lo si può misurare? No.
Copyright fotografie: @ Biennale di Venezia
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