Dalla famiglia Loud a Euro2020

Nella 5a puntata della musical-docu-serie 1971 L’anno in cui la musica ha cambiato tutto si parla lungamente di An american family, una sorta di real show ante litteram in cui per qualche mese, nel 1971, le telecamere si insediarono a casa della famiglia Loud di Santa Barbara registrandone la quotidianità di normale famiglia americana.

Ignoravo l’esistenza di questo show e sono rimasta stupefatta della scoperta, vieppiù in relazione al fatto che, lungi dal diventare leggendario e paradigmatico, questo avanguardistico progetto (*) è finito nel dimenticatoio. Sospetto un motivo: nel corso delle 12 puntate, la famiglia Loud – che sulla carta, coi suoi 5 figli alti e biondi, si presentava decisamente wasp – ha vissuto un paio di momenti apicali, il divorzio dei genitori e il coming out di uno dei figli, Lance. Un po’ troppo, probabilmente, per uno show da prima serata della Public Broadcasting Service. Meglio insabbiare e abbandonare all’oblio.

Non è comunque per questo che voglio parlarne qui ma perché An american family tocca un tema che mi sta a cuore e, anche se purtroppo lo show è introvabile, provo a fare qualche ragionamento sulla base degli spezzoni e delle interviste mostrati in 1971.

Mi intriga soprattutto la decisione della madre Pat di chiedere il divorzio. In un’intervista di qualche anno dopo racconta che era già a conoscenza delle numerose scappatelle del marito e che, anzi, aveva deciso di partecipare al progetto nella speranza che le sue amanti vedessero che lui aveva una famiglia, una moglie, una vita. E chiosa: «Ero un’ingenua».

Pat sperava che, grazie allo show, le amanti del marito lo vedessero da un altro punto di vista. E invece ciò che è successo è che, grazie allo show, è stata Pat a cambiare punto di vista: diventando oggetto delle telecamere si è vista negli occhi degli altri e ciò che ha visto non le è piaciuto. Calata fino alle orecchie nella sua vita, non aveva mai considerato veramente il divorzio: per senso del dovere, perché era un passo verso l’ignoto, perché in fondo non le mancava niente, perché chissà cosa gli altri avrebbero detto… E tutte le altre ragioni che ci si racconta per subire una situazione. Essere ripresa dalle telecamere le ha generato probabilmente (queste sono mie deduzioni) una sorta di rivoluzione copernicana che le ha reso insopportabile quello che prima era sopportabilissimo. È importante precisare che lo show è andato in onda nel 1973, quindi Pat Loud non ha avuto questa sorta di insight pungolata dalle reazioni degli spettatori: è stato un percorso solo suo.

Da questo punto di vista trovo meno esemplare il coming out di Lance, che in seguito è diventato un giornalista e un portavoce della comunità gay Usa. Salvo smentite (se mai riuscirò a vedere lo show), penso che Lance non sia arrivato alla consapevolezza grazie allo show e che lungi dal farsi perturbare dal mezzo abbia saputo usarlo con un intuito mediatico quasi contemporaneo, anche se le conseguenze che i benpensanti gli hanno fatto pagare sono state pesantissime. Peraltro la scena in cui Pat, ormai separata, va a trovare Lance a New York e ne ascolta la confidenza è molto bella.

Tornando a Pat, invece, abbiamo un limpido esempio di quello che potremmo chiamare quanto mediatico, e cioè il fatto che riprendere un oggetto è un’azione potenzialmente molto perturbativa dell’oggetto medesimo, che può finire con l’annullare la pretesa di documentarlo in quanto tale. È una riflessione che il cinema del reale è obbligato a rivolgere a se stesso ed è difatti un presupposto della ricerca di Gianfranco Rosi, sempre lui.

Dopo avere visto la docuserie di Raiplay Sogno azzurro mi sono chiesta se un altro “quanto mediatico” sia stato alla base della vittoria dell’Italia agli Europei. Detto in soldoni, mi chiedo se essere stati accompagnati per mesi da una troupe televisiva abbia creato nei giocatori e nello staff un hype e un’ispirazione che forse non avrebbero avuto senza.

(*): mica solo io lo trovo avanguardistico. Da Wiki francese: L’anthropologue américaine Margaret Mead (1901-1978) a vu dans An American Family un évènement majeur, «aussi important que la naissance du drame ou l’invention du roman». Le philosophe français Jean Baudrillard (1929-2007) y a vu «la dissolution de la télévision dans la vie et la dissolution de la vie dans la télévision».

Pubblicato da Fedefunk

Per lavoro scrivo di viaggi, nel tempo libero viaggio con i film

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