La mia Brexit

Alcune vicende lavorative recenti mi hanno riportato alla mente un episodio della mia vita di cui non ho mai parlato con nessuno. Ero giovane, ero a Londra a lavorare per l’estate e avevo trovato un ottimo posto come cameriera e aiutocuoco con ampie possibilità di carriera nel ristorante di fronte a casa. Non c’erano ancora i cellulari perciò quando avevano un’emergenza mi bussavano alla porta “Fedrica! Fedrica!” e io scendevo. Era molto comodo.

Anche il ristorante era bello. Tutto bianco e azzurro, si chiamava Med e stava in St John’s Street, non lontano da St Paul Cathedral. Facevano cucina di tutto il Mediterraneo con piatti standard scelti dalla direttora del ristorante, un’ex insegnante di inglese che mi aveva preso in simpatia quando al colloquio, per farle capire che sapevo stare in cucina, avevo detto: “I can use the knife” alzando anche un po’ una spalla con fare indifferente. Per cui passavo le giornate a insaccare salsicce siriane con una macchinetta a manovella, affettare ortaggi che a seconda della prospettiva mi ricordavano questa o quella verdura delle nostre e maneggiare casse di ingredienti di cui non capivo nemmeno il nome inglese. Me la cavavo bene, credo, perché un giorno ho visto il cuoco ghanese fare segno di sì alla direttora mentre scioglievo nodi da viscere sottili come seta senza fare buchi.

Poi però la direttora è partita per il mare insieme al figlio 17enne che andava matto per Rowan Atkinson, e per sostituirla è arrivato il socio. Il socio, che non avevo mai incontrato, era paraplegico, accompagnato da un tizio con cui confabulava sempre. Mi guardavano con un ghigno storto, uno alto e uno basso tipo chiesa e campanile, e confabulavano. La prima cosa che mi hanno ordinato di fare è stata lavare il pavimento del piano di sotto. Il pavimento del piano di sotto era bianco con le piastrelle lucide a specchio. Non so se vi sia mai capitato di pulire un pavimento del genere ma è peggio della tela di Penelope.

Ad ogni modo ci sono riuscita senonché il socio ha deciso di andare in bagno proprio lì: ruote di carrozzina ovunque. Ho cominciato ad annusare odore di complotto. Poi è uscito dal bagno e mi ha detto: Clean it. Sono entrata e ho annusato solo odore di merda. Dio solo sa cosa aveva mangiato a colazione ma il bastardo, evidentemente anchilosato nel cervello più che nelle gambe, non aveva nemmeno tirato l’acqua. Da lì non ricordo nulla. Non so se ho dovuto fare altri lavori o se il mio turno fosse finito. Ricordo solo di avere deciso che non mi avrebbero più visto, anche se quella sera al Med ci sarebbe stata una cena molto numerosa. Poiché, tuttavia, mi sentivo in colpa (*la tipica italiana irresponsabile*) ho cercato in tutti i modi, anche allungandole dei soldi, di convincere la coinquilina polacca a sostituirmi ma non so se poi ci sia andata. Due giorni dopo sono tornata a casa e da allora non metto più piede a Londra.

Credo che quello nella foto sia il palazzo dove abitavo. Giustamente l’hanno trasformato in hotel: ci stavamo in 6, di cui 5 in subaffitto da un francese che nascondeva tutti i bicchieri sotto al letto.

Scritto il 13 giugno 2017

Pubblicato da Fedefunk

Per lavoro scrivo di viaggi, nel tempo libero viaggio con i film

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