18 maggio 2020.
In queste settimane ho intercettato alcune opinioni sull’autobiografia di Woody Allen, tutte schierate tra il positivo e l’entusiasta. La sto leggendo anche io ma molto meno fluidamente, soprattutto da quando ho scavallato nella seconda metà dedicata a Mia Farrow: l’altra notte, per dire, ho letto cinque pagine e poi mi sono dovuta fermare, ancora una volta in apnea.
Premetto che considero infondate le accuse nei confronti di Allen: non pretendo di possedere il Sacro Gral della contesa Allen-Farrow ma se ritenessi che questa autobiografia non sgorga da un desiderio di onestà non l’avrei acquistata. Mi sembra ovvio. Fatto salvo questo, l’argomento è grave e disturbante al punto da chiedersi perché ci si infligga questa lettura, e questo va a rigirare il coltello nella piaga dell’autobiografia in quanto genere.
La piaga delle autobiografie è che non hanno significati, non hanno livelli di lettura, non hanno trascendimento della materia, non hanno via di fuga. Ci sono solo i fatti e non si va oltre. Tutto suona sordo e violento come quel tonfo terribile della ragazza che cade nella Samaritana di Kim Ki-duk.
Mi viene in mente quando 25 anni fa abbandonai la lettura del carteggio fra Sartre e Beauvoir. Avevo già letto tutto quello che avevano scritto e non mi parve vero, quando quella raccolta di lettere venne pubblicata, di potermi avvicinare ancora di più alle loro vite. E invece fu uno shock perché ne uscivano entrambi malissimo: molto poco nobili, molto poco intelligenti e molto poco empatici. Due persone di merda, insomma. Chiusi il libro scioccata come quando chiudi la porta della stanza dei tuoi che trombano (cosa che purtroppo non mi è mai successa) e però compresi una cosa: che Beauvoir aveva in sé tutti i più frusti difetti della donnetta succube del maschio e che era giusto così, perché non puoi veramente conoscere qualcosa se non ce l’hai dentro. La differenza sta solo nella quantità di spazio: c’è chi ha dentro di sé un monolocale e chi un castello. Per esempio i grandi scrittori hanno un castello e diverse altre case sparse in giro per le vallate dell’anima.
Per cui anche stavolta mi sto chiedendo che cosa posso ricavarci da questa lettura. Oltretutto questo libro è spiazzante per diverse ragioni. Tanto per cominciare ha la particolarità di essere come dottor Jackill e Mr Hide. La prima metà è scritta in punta di penna, leggiadra come un boogie woogie, godibile come il più bello dei suoi film. Da quando Mia Farrow entra in scena la narrazione cambia volto e la cesura è netta come in un film dell’orrore. Non aprire quella porta: se è vero che quasi tutti abbiamo acquistato il libro spinti dal fascino discreto del voyerismo è altrettanto vero che appena la porta si socchiude vorremmo tornare indietro.
Nella seconda metà Allen diventa perfino meno bravo a scrivere, goffo e poco in parte. Ne discende che la sua autodifesa non è delle più efficaci. Intendiamoci: i fatti sono abbastanza blindati perché entrambe le indagini separate che lo hanno visto coinvolto si sono risolte in un non procedere. Ma Woody non pare un ghepardo dell’autodifesa. Sembra piuttosto un agnello quando presenta le sue spiegazioni razionali e di buon senso a un branco di allupati che non vedono l’ora di sbranarlo. Per questo ha tutta la mia stima. Ritengo infatti che difendersi sia pratica biasimevole, sia che si debba far fronte a calunnie sia che si sia accusati con fondamento. A volte è necessario ma da evitare finché è possibile.
Fatto salvo quanto sopra, l’autodifesa ai minimi termini di Allen restituisce un uomo molto ingarbugliato e problematico, com’è abbastanza prevedibile sia colui che si fa trascinare in un incubo del genere dalla persona che ha frequentato per 13 anni (sì ok Woody, senza convivere). A onor del vero Woody Allen passa tutta la prima metà libro ad avvertire il lettore delle proprie clamorose lacune, specie per ciò che concerne la sua percezione dell’esterno. E tu ridi e non gli credi. Poi leggi la seconda parte e capisci che non stava facendo la commedia, era anzi mestamente sincero.
Mia regista e Woody attore. Forse è questo il senso di questo cazzo di libro: che ci fornisce qualche punto di fuga per visualizzare meglio l’approccio di Allen al suo lavoro o forse dovrei dire “al suo ruolo di regista”. In effetti Allen non pare un regista tout court e la sua è una regia di sottrazione estrema che, per esempio, incorpora una serie di refusi della recitazione come balbettamenti, esitazioni, movimenti sbagliati. Una regia tutta tesa a minimizzare se stessa, a partire dall’approccio fordista con cui realizza i suoi film anno dopo anno. Mariti e mogli è la summa di questo concetto di non-regia, girato negli spazi stretti di quell’appartamento che assomiglia molto all’occhio di un ciclone. Peccato, caro il mio Woody, che tutto questo lavorio di annullamento dell’autorialità faccia cilecca di fronte al fatto che un tuo film lo si riconosce fra 100mila.