7-12-1976

Nei miei primi anni di vita, sulla mia famiglia si sono abbattuti svariati eventi sfortunati che mi hanno resa pensierosa prima del dovuto. Ho molti ricordi della mia infanzia, a cominciare dai tre anni, e sono quasi tutti brutti. Fra i vari, c’è la morte di mio nonno Mino, quando avevo cinque anni.

Volevo molto bene a mio nonno, sostanzialmente perché lui ne voleva moltissimo a me. Innanzitutto ero la sua unica nipotina, ero nata quasi il suo stesso giorno, avevo gli occhi azzurri come i suoi e, non da ultimo, dopo decenni di problemi economici e familiari (causati peraltro da lui medesimo), quando sono nata stava vivendo finalmente anni sereni. Ma, poiché la vita è una troia, quella boccata d’ossigeno è sfumata in pochi anni in un tumore ai polmoni.

È morto la notte del 7 dicembre del 1976. La mattina mia mamma mi portò all’asilo, riferì l’accaduto alla suora della mia classe e le spiegò che forse avrebbe ritardato nel venirmi a prendere perché doveva andare a Novara – all’epoca vivevamo a Seriate. Si raccomandò poi di non dirmi niente perché ero ancora all’oscuro e voleva darmi la notizia con calma.

Tutto questo mi è stato raccontato. Non ricordo il nome della suora, ma ricordo la faccia quadrata e gli occhiali rettangolari, con una montatura sottile di metallo e quelle lenti tagliate in mezzo, per vedere sia da lontano sia da vicino, che si usavano allora. Quel taglio in mezzo alle lenti le segava gli occhi, che erano di ghiaccio. Tutte le mattine, prima di ogni cosa, ci faceva recitare un paio di preghiere in piedi accanto al nostro banchetto, credo l’Angelo Custode e il Padre nostro. Quella mattina aggiunse: E ora recitiamo l’Eterno riposo per il nonno della Federica che è morto.

Avevo già vissuto dei traumi ma li avevo rielaborati mediante incubi ricorrenti (che disegnavo furiosamente) e spiegazioni fantasiose che hanno resistito vent’anni e più, finché mi è stato spiegato che non era razionalmente possibile che fosse successo quello che andavo raccontandomi da una vita. Quello fu un trauma duro e puro. Ero lì in piedi e non capii nulla. Fu un movimento impazzito di sinapsi che si schiantavano in vicoli ciechi, contro la corteccia cerebrale o fra loro, di scariche elettriche che allarmavano parti del cervello ancora informi, di sangue che faceva scoppiare le mie piccole vene.
Comunque non feci una piega, e credo che il ritardo nel reagire alle notizie che mi turbano che mi caratterizza tutt’oggi abbia avuto lì il suo climax deformante.

Tutto questo lo racconto perché l’altra notte ho sognato di nuovo che mio nonno era tornato, che non era veramente morto, era solo andato via, in Brasile o chissà dove. Mio nonno l’avrò sognato 4 volte negli ultimi vent’anni. Sempre vivo, sempre sorridente, sempre affettuoso. Non credo in dio o nell’aldilà quindi non penso che venga a farmi visita. Penso più semplicemente che il trauma di quella morte, appresa così, non passerà mai.

Mio nonno è lì in mezzo, fratello minore di 4 sorelle. Alla zia Pina, a destra, ho voluto moltissimo bene e andavo a trovarla spesso. Le altre non le ho conosciute. Ciao anche alla mia zia Pina.

Pubblicato da Fedefunk

Per lavoro scrivo di viaggi, nel tempo libero viaggio con i film

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