E così, grazie a Netflix, Scorsese si è ripreso in mano in Director’s Cut. È buffo: la famigerata ‘ultima parola del regista’ emblema della New Hollywood, e alla fine del decennio riarpionata dai produttori per contenere le spese diventate incontrollabili, è stata di nuovo concessa a Scorsese dalla piattaforma che 40 anni dopo ha rivoluzionato il modo di fruire il cinema.
E, come forse mai nella sua vita, Scorserse ha fatto un film a modo suo: lungo 3 ore e 40 minuti e con un cast stellare ma fuori parte.
Dopo che su questo film si è detto tutto, io vorrei qui soffermarmi proprio sulla scelta degli attori, l’aspetto più criticato. Il motivo per cui Scorsese ha scelto questo cast è stato dichiarato da Scorsese stesso con un candore disarmante: «Volevo fare questo film con i miei amici».
A noi però interessa cosa discende cinematograficamente da questa scelta. Quello che ne discende è ovviamente che il film sarebbe stato più credibile se Scorsese avesse scelto personaggi più adatti. Ci tocca perfino vedere De Niro con gli occhi azzurriPerò, però. La credibilità è davvero così importante? Tra l’altro il film si basa sulla testimonianza dello stesso Frank Sheeran considerata poco credibile dagli inquirenti, e Scorsese lo sa perfettamente.
Il punto è un altro ed è che questo scollamento fra il contenuto e la sua confezione, questa fessura che incrina la sospensione dell’incredulità è molto intrigante, a mio modo di vedere. Innanzitutto perché non compromette né l’attenzione per la vicenda né l’apprezzamento per la confezione medesima, a partire dalle interpretazioni: abbiamo a che fare con dei maestri.
E poi questo scollamento, questo ‘passo a lato’ rispetto al set, è interessante perché sembra che Scorsese dica: ma ci interessa veramente questa pessima vicenda di miseria umana? Perché non giochiamo a fare cinema e basta? E in effetti resta il cinema. Di più: resta Scorsese che fa un film scorsesiano e al contempo dissacra tutto il suo cinema precedente.